Il 5 aprile, Roma ha visto sfilare migliaia di persone in nome della pace. Il corteo, partito da piazza Vittorio Emanuele e giunto fino ai Fori Imperiali, ha radunato volti e cuori diversi, uniti da una stessa convinzione: la pace non nasce dalle armi, ma dalla giustizia, dalla dignità e dalla verità.
Non è stata una manifestazione per pochi “pacifisti romantici”, ma l’espressione di un’esigenza morale profonda, che attraversa il Paese, soprattutto i giovani, i poveri, chi si sente dimenticato da una politica che investe più nell’industria della guerra che nella fraternità civile.
Una scelta di coscienza, non di partito
C’erano bandiere del Movimento 5 Stelle, del Partito Democratico, dell’ANPI, della Palestina, della pace. Ma prima ancora dei simboli politici, è emersa una coscienza comune: quella di chi sente che il futuro non può essere costruito a colpi di riarmo, con l’elmetto in testa e il portafoglio svuotato per alimentare la macchina bellica.
Il Vangelo non dà risposte facili alla complessità della politica internazionale. Ma parla con chiarezza profonda al cuore dell’uomo: «Beati gli operatori di pace», «Chi prenderà la spada, di spada morirà», «Amate i vostri nemici».
Non è ideologia. È scelta di coscienza. È il rifiuto di una logica che considera inevitabile l’inimicizia e la violenza. È dire che le guerre non si prevengono riempiendo i magazzini di bombe, ma ricostruendo il tessuto umano della società.
I numeri parlano chiaro
Il corteo non ha soltanto sventolato bandiere. Ha mostrato dati concreti e cartelli intelligenti, denunciando le cifre impressionanti del riarmo:
- 49 aerei da guerra F-35 e Typhoon per 14,5 miliardi di euro: più del costo del nuovo Policlinico di Milano.
- 270 carri armati Panther per 8,3 miliardi: l’equivalente del sostegno a 4 milioni di famiglie con anziani non autosufficienti.
- 2 fregate e 2 sottomarini per 3,2 miliardi: lo stesso importo tagliato in manovra alle opere pubbliche dei Comuni.
Cosa potremmo fare con quei soldi?
Ospedali, scuole, asili, trasporti, pensioni dignitose.
La manifestazione ha reso visibile ciò che il dibattito politico spesso nasconde: che il riarmo non è neutro, ma comporta scelte. E ogni euro speso per la guerra è un euro sottratto alla pace sociale.
La pace non è un lusso, è una responsabilità
Troppo spesso, chi si oppone al riarmo viene accusato di ingenuità o irresponsabilità. Ma la pace non è assenza di conflitti, è costruzione di relazioni giuste. È riconciliazione, educazione, lavoro dignitoso, cura degli ultimi, tutela del creato. È il frutto di mani che non stringono fucili ma tendono ponti.
Ecco perché la manifestazione del 5 aprile non è stata solo un “no” al riarmo, ma un sì alla pace come stile di vita e come scelta politica e sociale.
In una società sempre più polarizzata, la voce della coscienza deve alzarsi forte per dire che la sicurezza non può essere confusa con la potenza militare, e che la vera difesa è quella della dignità della persona.
Il Vangelo chiede disarmo del cuore
Come cristiani, come uomini e donne di fede, non possiamo ignorare il grido della pace. La nostra vocazione non è quella di benedire i carri armati, ma di far brillare una luce nel buio del mondo, come dice San Paolo.
San Francesco d’Assisi, che si spogliò di tutto per vivere disarmato, è oggi più che mai profeta per questo tempo: la pace si costruisce a partire dalla povertà, dall’ascolto, dalla fraternità. E non è un’utopia. È una responsabilità spirituale, culturale, politica.
Il vero “riarmo” di cui l’Europa ha bisogno è un riarmo della coscienza, della compassione, della giustizia sociale.Solo così il nostro continente potrà essere davvero spazio di pace, non di potenza.
Per una Chiesa in uscita, disarmata e profetica
La manifestazione del 5 aprile è un segno dei tempi. Non una semplice protesta, ma un’occasione di discernimento collettivo. La Chiesa, soprattutto oggi, deve accompagnare questi processi, non per sposare bandiere partitiche, ma per testimoniare che la pace è possibile, che il Vangelo non è neutro di fronte all’ingiustizia, che le armi possono anche essere legali, ma non per questo evangeliche.
Abbiamo bisogno di comunità cristiane che non si rassegnino, di pastori che parlino chiaro, di coscienze che scelgano il bene anche quando costa.
Solo così la pace non sarà solo una parola scritta sugli striscioni, ma un cammino reale, condiviso, credibile.
“Pace a voi” non è un saluto qualsiasi. È il primo annuncio del Risorto.
Che possa risuonare anche oggi, nel cuore di chi cammina per Roma e di chi lotta per un mondo disarmato.
Amen.
La piazza si muove.