L’arrivo a Roma di Abdel Ghani Al Kikli, capo della Stability Support Apparatus (Ssa), non è solo l’ennesimo scandalo: è una fotografia della totale degenerazione delle politiche migratorie italiane ed europee nei confronti della Libia. Dopo Osama Elmasry, arrestato e poi rimpatriato frettolosamente per evitare imbarazzi diplomatici, oggi è il turno di Al Kikli, accusato apertamente dall’ONU e da diverse organizzazioni internazionali di torture e crimini contro l’umanità. Ma in Italia, evidentemente, simili accuse non bastano per chiudere le porte a chi si è trasformato in torturatore di Stato.

La responsabilità politica di questa situazione affonda le sue radici nel Memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017 dal governo Gentiloni e promosso con decisione dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti. Un accordo che, sotto il pretesto di controllare le migrazioni, ha di fatto delegato la gestione del confine marittimo a figure accusate dei peggiori crimini possibili. Da allora, il flusso di finanziamenti, navi ed equipaggiamenti tecnici dall’Italia verso Tripoli non si è mai fermato, così come non si è fermata la pratica disumana del respingimento sistematico in mare dei migranti, affidata proprio alle milizie guidate da personaggi come Al Kikli, Almasri o Al Bija.

La creazione della zona Sar libica nel 2018 è stata l’ulteriore, grave passo che ha permesso all’Italia di lavarsi le mani del destino dei migranti intercettati in mare. Le autorità italiane, invece di intervenire direttamente, hanno preferito appoggiarsi ai criminali di guerra libici, consentendo che migliaia di persone venissero rinchiuse in veri e propri lager, torturate, schiavizzate e uccise. Come ha già stabilito chiaramente la sentenza del Tribunale di Roma sul caso della nave «Asso 29», l’Italia non può più fingere di non sapere.

Eppure, malgrado tutte le denunce internazionali, gli allarmi ONU e persino i mandati della Corte Penale Internazionale, il nostro Paese continua a restare una meta gradita per questi aguzzini in libera uscita. L’arrivo di Al Kikli a Roma per visitare il ministro libico Juma, ricoverato in Italia dopo un attentato, è un episodio che dovrebbe indignare e spingere alla riflazione. Ma nulla sembra cambiare.

Le dichiarazioni della Farnesina, che spiegano frettolosamente il visto maltese in mano ad Al Kikli, non possono assolvere l’Italia da una responsabilità morale e politica evidente. Consentire che un torturatore noto alle istituzioni internazionali passeggi liberamente per Roma non è solo una grave offesa alle vittime libiche e migranti, ma è il segno del degrado etico delle istituzioni che dovrebbero rappresentarci.

Confermare il memorandum con la Libia significa prolungare una complicità istituzionale inaccettabile. È tempo che l’Italia decida da che parte stare: o con i principi di giustizia, uguaglianza e tutela dei diritti umani, o con chi, come Al Kikli, li calpesta sistematicamente. Continuare così non è solo un errore: è una vergogna che ci riguarda tutti.