Nel dibattito odierno sull’immigrazione, il concetto di “America First” — rilanciato con vigore dal movimento MAGA (Make America Great Again) — si presenta come una bandiera del patriottismo, una difesa dei valori nazionali, una promessa di sicurezza e identità. Eppure, dietro questa apparente fermezza si cela una visione intellettualmente fragile e storicamente disonesta. L’idea di chiudere le porte agli immigrati, di difendere una “nazione pura” da presunti invasori culturali, smentisce non solo le basi antropologiche e sociali degli Stati Uniti, ma ne tradisce l’essenza più profonda.

Gli Stati Uniti: una nazione fondata sul movimento

Non è possibile parlare onestamente degli Stati Uniti d’America senza riconoscere che questa nazione è nata — letteralmente — dal movimento di persone: fuggitivi religiosi, contadini affamati, schiavi strappati alla loro terra, lavoratori attratti da una promessa. Il mito fondativo americano non è statico, ma dinamico. È la frontiera, è la nave, è la marcia, è la traversata del deserto.

Per questo, ogni tentativo di affermare che “gli americani devono venire prima degli altri” dimentica che gli americani sono sempre stati “gli altri”: irlandesi e italiani, cinesi e ebrei, haitiani e vietnamiti, polacchi e portoghesi. Ogni famiglia americana, se risale con onestà le sue origini, ha uno zio o una nonna che ha attraversato un oceano o un confine.

L’immigrazione come motore del genio americano

Pensare agli Stati Uniti senza i migranti significa rinunciare a ciò che li ha resi grandi. Senza i tedeschi che portarono il pensiero tecnico, i giapponesi che rivoluzionarono l’estetica e la tecnologia, gli ebrei della diaspora che contribuirono alla scienza e alla cultura, gli africani deportati che hanno costruito — con dolore — buona parte dell’economia agraria, l’America sarebbe solo una terra vuota.

E come dimenticare il contributo degli irlandesi, che con la loro fede cattolica, la loro forza lavoro e il loro radicamento nelle istituzioni pubbliche (polizia, politica, sindacati) hanno formato l’ossatura civica di città come Boston, New York e Chicago? O degli italiani, che hanno costruito strade, ponti, grattacieli, e con il loro amore per la famiglia e il lavoro hanno trasformato quartieri operai in comunità stabili e orgogliose?

Gli afroamericani, nonostante una storia segnata da schiavitù e segregazione, hanno plasmato la cultura americana: dalla musica (jazz, blues, hip hop), alla cucina del sud, fino alla lotta per i diritti civili, con figure come Martin Luther King che hanno risvegliato la coscienza del Paese.

cinesi, che posero i binari della ferrovia transcontinentale, pagarono con fatica e discriminazione la loro presenza, eppure hanno lasciato un’impronta indelebile nello sviluppo industriale e commerciale degli Stati Uniti.

E oggi non possiamo non vedere l’impatto degli ispanici, che non solo alimentano l’economia con il loro lavoro nei campi, nei cantieri e nei servizi, ma portano con sé una vitalità culturale che rinnova la lingua, la fede, la musica e la cucina americana.

L’ipocrisia della “legalità” a ogni costo

C’è poi l’appello formale alla “legalità”, spesso agitato dai sostenitori della linea dura come JD Vance o Trump: “che vengano, ma per le vie legali”. Ma chi conosce i meccanismi attuali dell’immigrazione sa bene che la “via legale” è spesso una prigione burocratica, un limbo di attese e incertezze, a volte più lungo della vita di una persona.

In questo contesto, chi cammina per duemila chilometri nel deserto per offrire un futuro ai figli non è un fuorilegge, ma il perfetto interprete del sogno americano. È il pioniere del XXI secolo. Chi vuole ridurre l’immigrazione a un esercizio notarile, ne svuota il significato.

L’assimilazione? Un processo lento, ma reale

Un altro mito tossico alimentato dalla retorica anti-immigrati è che, oggi, i nuovi arrivati non si vogliano assimilare. Ma questa è un’accusa antica quanto falsa. Anche i tedeschi nel Settecento non imparavano l’inglese subito. Anche gli irlandesi erano considerati “altri”. L’assimilazione è sempre stata un processo di generazioni, non di giorni. E chi osserva con onestà le famiglie migranti di oggi, non può non riconoscere come la cultura americana penetri — con i suoi limiti e le sue luci — in ogni casa, in ogni nuova vita.

Un’identità aperta, non etnica

Il punto più intellettualmente scorretto della retorica MAGA è però l’idea che l’America sia una “nazione pre-politica”, un’entità fondata su etnia, lingua o sangue. Nulla è più lontano dalla verità storica. Gli Stati Uniti sono un’idea politica e morale: quella che tutte le persone hanno diritti inalienabili; quella che una nazione può fondarsi su principi, non su origini.

Chi crede davvero in questa idea, non teme lo straniero, ma lo accoglie come parte del patto comune. Chi crede in “We the People”, sa che quel “we” è aperto, inclusivo, faticoso, ma vivo.

Conservare ciò che ci ha costruiti

Difendere l’identità americana significa difendere ciò che l’ha costruita: la capacità di accogliere, trasformare, integrare. Non è negando questa storia che si protegge l’America: è affermandola con coraggio e verità. Per questo, il “MAGA” come ideologia esclusiva, cieca e selettiva, è non solo moralmente discutibile, ma storicamente infondata.

L’America non sarà mai davvero “grande” finché non saprà riconoscere che la sua vera forza è sempre venuta da fuori. E che il suo vero futuro passa ancora, come sempre, per chi arriva, non solo per chi già c’è.