Il 29 marzo 1973 gli ultimi soldati americani lasciavano Saigon, sancendo ufficialmente la fine del coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nella Guerra del Vietnam. Ma più che un’uscita onorevole, quella ritirata fu il sigillo di una disfatta storica, l’ammissione amara che la superpotenza militare non aveva saputo sconfiggere un nemico asimmetrico, motivato e radicato nel suo territorio.

Il Vietnam fu la prima grande ferita geopolitica dell’America del dopoguerra, ma non sarebbe stata l’ultima. In quella guerra lunga, sporca, mediatizzata come mai prima nella storia, si consumò non solo il trauma di 58.000 soldati americani morti, ma anche la perdita dell’illusione che il potere militare potesse risolvere ogni crisi del mondo. E tuttavia, quella lezione non bastò.

Dopo il Vietnam, vennero le ingerenze in America Latina, i colpi di Stato sostenuti sotto la bandiera della “libertà” e della lotta al comunismo: Cile, Nicaragua, Salvador. La guerra fredda si giocava anche e soprattutto sulle spalle dei popoli del Sud globale, dove la stabilità diventava merce negoziabile, purché allineata agli interessi di Washington.

Poi arrivò l’Iraq, due volte. Prima nel 1991, con la Guerra del Golfo e la promessa di una liberazione rapida. Poi nel 2003, con la più grande falsificazione bellica dell’era contemporanea: armi di distruzione di massa mai trovate, un’intera nazione smembrata, una classe dirigente disintegrata, e sul vuoto lasciato dalla “liberazione” l’insorgenza dell’ISIS. La destabilizzazione dell’intera regione mediorientale, con ricadute fino all’Europa, fu il prezzo pagato per una guerra d’interesse mascherata da missione morale.

Non meno drammatico il caso afghano. Dopo vent’anni di occupazione, miliardi spesi, migliaia di morti, le truppe americane si sono ritirate in fretta e furia nell’agosto 2021, lasciando il Paese in mano agli stessi talebani che vent’anni prima avevano giurato di annientare. Il ritorno al punto di partenza, con in mezzo vent’anni di dolore e illusioni spezzate.

Oggi, sull’Ucraina, si gioca un’altra partita dove il copione si ripete. Gli Stati Uniti promettono appoggio, armi, sostegno “finché sarà necessario”. Ma la realtà si fa via via più chiara: il coinvolgimento ha contorni geoeconomici, non solo idealistici. Le risorse minerarie, la ricostruzione, l’industria bellica, il ruolo della NATO: tutto concorre a costruire un modello di guerra a distanza, in cui si delega la carne, ma si raccoglie il bottino.

Nel frattempo, mentre più di 800.000 morti tra ucraini e russi, e l’Europa si trova a pagare il costo energetico e sociale della guerra, si avvertono già segnali di stanchezza oltreoceano. I candidati americani tornano a parlare di disimpegno. Quando il terreno diventa troppo insanguinato, l’America tende a ritirarsi, lasciando la polvere e i corpi agli altri.

Tutto questo porta a una domanda che risuona come un giudizio: quante volte ancora il mondo dovrà pagare per le guerre dell’America?

Dal Vietnam in poi, ogni conflitto americano ha avuto due caratteristiche: una retorica salvifica all’inizio, e una ritirata strategica alla fine. Il prezzo, intanto, lo hanno pagato i popoli invasi, illusi, armati, e poi lasciati alla loro instabilità.

Non si tratta di antiamericanismo, ma di memoria storica. Di fronte al crollo delle promesse, al riemergere dei nazionalismi e alla logica del profitto strategico sulle spalle dei più deboli, l’America dovrebbe forse tornare a guardare Saigon. Non solo come il luogo di una ritirata, ma come il simbolo di ciò che accade quando si esporta il fuoco sotto l’etichetta della libertà.

Il mondo non ha bisogno di nuove Saigon, di nuovi Baghdad, di nuove Kabul. Ha bisogno di una nuova coscienza politica globale. Ma finché le guerre continueranno a essere strumenti di economia e influenza, resteranno sempre le stesse: guerre degli altri, combattute per interessi di pochi.

E la storia, come un Viet Cong paziente, è sempre lì, pronta a presentare il conto.