C’è un’antica malattia della politica italiana che sopravvive ai secoli, ai partiti, alle ideologie: si chiama trasformismo. La conosciamo bene. La chiamavano così già ai tempi di Depretis, quando le maggioranze parlamentari si costruivano a suon di compromessi e cooptazioni, mescolando destra e sinistra in nome della stabilità. Ma il trasformismo non è solo una tecnica di governo. È una cultura, un’abitudine, una strategia del potere. E oggi si incarna, con rinnovata vitalità, nella figura di Giorgia Meloni.
Che Meloni sia intelligente, scaltra e adattabile, nessuno lo nega. Ma proprio questa sua capacità di adattamento solleva una domanda cruciale: quanto resta, oggi, della Giorgia Meloni che urlava contro l’Unione Europea, denunciava le élite mondialiste, rivendicava radici post-fasciste e difendeva l’identità nazionale come trincea contro tutto?
La risposta è semplice: restano i simboli, ma non la sostanza.
Dal radicalismo alla rispettabilità
Dall’opposizione incendiaria all’abito blu da Presidente del Consiglio, Meloni ha compiuto una metamorfosi che farebbe impallidire il miglior Talleyrand. Sul fronte estero, ha giurato fedeltà a NATO e UE, garantito la stabilità dei conti pubblici, rispettato gli impegni con Bruxelles. Sul piano interno, ha abbandonato ogni tentazione sovranista hard, mantenendo in vita il solito ceto politico e amministrativo, con qualche ritocco di facciata.
Eppure, non è solo una questione di contenuti. Il punto è il metodo, il modo in cui si è costruito il consenso. Meloni ha fatto dell’identità forte la sua bandiera. E ora, che è al potere, cede ogni giorno a compromessi, arruola vecchi arnesi della politica, distribuisce posti e prebende come un qualsiasi primo ministro della Prima Repubblica. Ha promesso la “rottura del sistema”, ma governa in continuità con lo spirito trasformista che ha sempre criticato.
Il linguaggio della coerenza, la prassi dell’adattamento
C’è, in tutto questo, un paradosso sottile. Giorgia Meloni non ha mai rinnegato nulla, non ha smentito le sue vecchie frasi. Le ha semplicemente svuotate dall’interno, mantenendone l’involucro retorico mentre l’azione concreta andava in tutt’altra direzione. È il trasformismo perfetto: non si cambia idea, si cambia applicazione, si modula il tono, si riscrive il contesto.
Un giorno parla di “patrioti”, il giorno dopo firma con entusiasmo le clausole del PNRR. Un giorno tuona contro le banche, il giorno dopo rassicura la BCE. Un giorno difende i valori cristiani, il giorno dopo tace davanti alle disuguaglianze sociali e alle fatiche delle famiglie.
Il potere che addomestica
Non si tratta di incoerenza. Si tratta di adattamento sistemico, il cuore pulsante del trasformismo italiano: entri nelle stanze del potere e diventi ciò che serve per restarci. Gramsci lo definì così: “il trasformismo è la capacità della classe dirigente di neutralizzare le opposizioni incorporandole”. Giorgia Meloni, oggi, è la classe dirigente. E le opposizioni, deboli e frantumate, non sanno più nemmeno distinguersi dal governo che contestano.
La Meloni anti-sistema è diventata sistema. E in questo processo ha dimostrato una straordinaria abilità. Ma con quale prezzo? Il rischio è quello di perdere l’anima, la credibilità, la coerenza. E soprattutto il legame con quell’Italia profonda che si era sentita rappresentata da una voce fuori dal coro. Oggi quella voce è dentro il coro, e spesso ne è la direttrice.
Non basta chiamarsi Giorgia
Il trasformismo italiano ha sempre avuto nomi nobili e volti rassicuranti. Oggi ha il volto di una leader che sa parlare al popolo e rassicurare i mercati. Ma questo doppio registro, prima o poi, presenta il conto. Perché un’identità politica non può essere solo una maschera utile al consenso. E perché l’Italia ha bisogno, oggi più che mai, non solo di stabilità, ma di verità.
E la verità, in politica, è un bene raro. Più raro del potere.
Analisi corretta. Complimenti per la competenza.