Tra le savane e i porti atlantici dell’Africa sub-sahariana si combatte una guerra invisibile. Nessun titolo sui giornali, nessuna risoluzione ONU, ma un conflitto spietato che si gioca tra valigette diplomatiche, moschee sciite e container pieni di cocaina e diamanti. È la guerra tra il Mossad israeliano e le reti di Hezbollah, il gruppo armato e politico sciita libanese, da decenni nemico giurato di Israele. Solo che ora il campo di battaglia non è più solo il Libano, ma si chiama Douala, Abidjan, Libreville, Bangui.

Dietro l’apparente stabilità dei regimi africani si nasconde un continente usato come retrovia logistica, laboratorio di sorveglianza, corridoio finanziario e terra di nessuno per le intelligence di mezzo mondo. E mentre l’Occidente finge di guardare altrove, Israele ha stretto patti silenziosi con presidenti e generali africani per controllare, colpire, e sorvegliare una delle diaspore più strategiche del pianeta: quella libanese.

Operazioni sporche, governi complici

Nel 2017, a Libreville, un kuwaitiano noto per i suoi legami con Hezbollah – Abdul Mohsen al-Shatti – viene rapito in pieno giorno da uomini mascherati e portato in una villa anonima della capitale. Nessun mandato, nessuna accusa ufficiale. Solo una richiesta non scritta del Mossad, appoggiata dal governo israeliano, recapitata al presidente del Gabon con una lettera firmata direttamente da Benjamin Netanyahu.

Il Gabon, come il Camerun, la Costa d’Avorio e il Congo, è parte di una nuova alleanza silenziosa: in cambio di tecnologia di sorveglianza e formazione militare, questi Stati africani lasciano agire l’intelligence israeliana con discreta libertà. Le contropartite? Accesso ai dati, mano libera sulle comunità sciite sospettate di finanziare Hezbollah, e nessun rumore mediatico.

L’asse dei traffici: droga, diamanti e finanza oscura

Secondo fonti di intelligence occidentale, Hezbollah ha strutturato una delle reti più sofisticate di finanziamento parallelo al mondo, appoggiandosi alla diaspora libanese installata in Africa da decenni. Moschee, imprese edili, ristoranti, aziende di import-export e traffici di beni di lusso servono a riciclare denaro, raccogliere fondi “volontari” e coprire movimenti di armi, oro e cocaina.

I diamanti della Repubblica Centrafricana, gestiti da figure come Redwan Nassour, imparentato con i fondatori di “Diamonds Forever” ad Anversa, finiscono a Dubai, per poi tornare in Libano sotto forma di liquidità. La cocaina, invece, arriva dal Sud America, passa dai porti di Douala e Abidjan, e si muove su rotte interne dove la corruzione doganale è endemica.

Israele, sorveglianza totale

La risposta israeliana non è solo muscolare: è tecnologica. Attraverso società private come NSO (nota per lo spyware Pegasus)Wiz, e altri operatori legati alla cyber intelligence, Israele ha infiltrato i sistemi informatici di vari ministeri africani, dai database delle presidenze fino agli archivi delle banche. Lo scambio è sempre lo stesso: software in cambio di accesso.

In Costa d’Avorio, questo patto ha trovato il suo culmine. Secondo fonti locali, l’intero ministero dell’interno è stato progressivamente messo in condizione di monitorare la comunità libanese locale su input israeliano. Eppure, nessun arresto ufficiale. Perché la logica del Mossad non è giudiziaria, ma strategica: osservare, infiltrare, colpire quando serve.

Il gioco si fa globale

Il colpo di grazia al leader di Hezbollah Hassan Nasrallah e al capo del suo Consiglio esecutivo nel 2024 ha riacceso le tensioni. Israele ha intensificato le operazioni oltre i confini libanesi, cercando nodi logistici e personaggi chiave in Africa e America Latina. Il funerale oceanico del 23 febbraio 2025, con oltre un milione di partecipanti a Beirut, è stata una dimostrazione di forza simbolica che ha preoccupato anche le cancellerie africane.

Per Israele, la pressione su Hezbollah passa ora da Kinshasa più che da Beirut. Con l’Iran sotto sanzioni, le finanze del gruppo sciita passano per le miniere del Congo, i porti del Golfo di Guinea, e i bazar informali di Cotonou. Chi controlla questi flussi, controlla il futuro della guerra invisibile.

Una guerra senza volto

Il continente africano non è solo teatro di povertà e instabilità. È diventato il cuore pulsante di una guerra a bassa intensità, dove il Mossad e Hezbollah si affrontano nell’ombra, tra prediche del venerdì e operazioni coperte, tra diamanti e droni, tra narcotraffico e cyberspionaggio.

Nessuno Stato africano ha davvero il potere di dire no, perché le due forze in gioco controllano finanza, tecnologia, intelligence e, sempre più, consenso sociale.

Da Douala ad Abidjan, il mondo guarda altrove, ma una guerra segreta si consuma ogni giorno, e ogni ambasciata, ogni impresa, ogni moschea può essere – consapevolmente o no – una pedina di un gioco molto più grande.