Le parole pronunciate il 3 aprile 2025 dal presidente del Consiglio di transizione di Haiti, Fritz Alphonse Jean – «Siamo in guerra» – non sono retorica. Sono la dichiarazione di un fallimento. Haiti, la perla nera dei Caraibi, è oggi un inferno a cielo aperto dove le istituzioni non riescono più a garantire nemmeno il minimo sindacale di convivenza civile, e le gang armate, come la coalizione Vivre Ensemble, hanno preso il posto dello Stato.

L’attacco al sobborgo strategico di Mirebalais, con i suoi duecentomila abitanti, è solo l’ennesimo episodio di un’escalation brutale. Le gang hanno assaltato la prigione, liberato cinquecento detenuti, ucciso civili e poliziotti, e lasciato dietro di sé devastazione. Tra le vittime, due suore dell’Ordine di Santa Teresa: Evanette Onezaire e Jeanne Voltaire. Un omicidio che rievoca con dolore l’assassinio di suor Luisa Dell’Orto nel 2022. Anche il sangue delle consacrate ormai scorre impunemente per le strade, segno che nemmeno il sacro è più riconosciuto, né rispettato.

La comunità internazionale, pur avvertita da tempo del collasso haitiano, sembra assistere impotente. Le parole del segretario generale delle Nazioni Unite e del responsabile per i diritti umani William O’Neill sono durissime, ma prive di effetti concreti. «Non esistono vie sicure per entrare o uscire da Port-au-Prince se non in elicottero» è la fotografia di uno Stato sequestrato.

Nel frattempo, la popolazione civile, in preda al panico e abbandonata a sé stessa, scappa o protesta. Le manifestazioni contro la coalizione di governo guidata da Alix Didier Fils-Aimé sono state represse con violenza, come se l’unica forma di ordine rimasta fosse la brutalità. I numeri dell’ONU parlano chiaro: 4.200 morti in sette mesi6.000 sfollati interni, e un numero imprecisato di stupri, torture, e case bruciate. È una guerra civile a bassa intensità, ma ad alta disumanità.

Ciò che avviene ad Haiti dovrebbe scuotere non solo le diplomazie, ma anche le coscienze. Quando uno Stato fallisce in modo così clamoroso, l’inerzia internazionale diventa complicità. Il popolo haitiano è stato colonizzato, schiavizzato, indebitato, terremotato, contagiato, assassinato, e ora dimenticato. L’indignazione non basta: serve un piano urgente di stabilizzazione internazionale che non si limiti all’assistenza umanitaria ma ricostruisca l’ossatura civile, giudiziaria e amministrativa del Paese.

L’Haiti del 2025 è uno specchio crudele di ciò che accade quando si lasciano proliferare i poteri armati, quando si toglie valore alla vita umana, quando la giustizia si arrende e la politica si barrica. Ma se la barbarie oggi ha la meglio, è perché la comunità mondiale si è voltata dall’altra parte.

Non lasciamo che le parole “Siamo in guerra” diventino un epitaffio. Che siano, piuttosto, il grido di chi chiede aiuto. Prima che sia davvero troppo tardi.