C’è qualcosa di profondamente ironico — e intellettualmente preoccupante — nell’etichettare il ritorno alle barriere doganali come un Liberation Day. Se questa è una liberazione, è quella dalla logica economica, dalla responsabilità fiscale e dalla memoria storica. Donald Trump, tornando a cavalcare il cavallo zoppo del protezionismo, sembra ignorare che nessuna grande economia moderna ha prosperato alzando muri. Anzi, più che un Liberation Day, quello annunciato oggi alla Casa Bianca somiglia tragicamente a un “Lockdown Day” dell’economia globale.

Il protezionismo è una droga a rilascio rapido ma dagli effetti devastanti

L’imposizione di dazi del 20% sulla maggior parte delle importazioni, come ventilato, rappresenta la più radicale revisione del sistema commerciale americano dai tempi della Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, che contribuì a peggiorare la Grande Depressione. A distanza di quasi un secolo, Trump sembra voler replicare quella miopia, con la differenza che l’economia oggi è molto più interconnessa e sensibile agli shock commerciali.

Non serve un Nobel per comprendere le conseguenze: prezzi in aumento, crollo della fiducia delle imprese, reazioni a catena da parte dei partner commerciali, contrazione degli investimenti e, come previsto da Mark Zandi (Moody’s), una recessione tecnica nel giro di pochi trimestri, con la disoccupazione destinata a superare il 7%. Eppure, questa realtà viene mascherata da un nazionalismo economico di maniera, che fa appello più al mito che ai dati.

“America First” = “America Alone”

Trump sostiene che i dazi sono “reciproci”, rispecchiando le barriere che altri Paesi imporrebbero agli Stati Uniti. Ma questa idea di reciprocità meccanica ignora il funzionamento reale del commercio globale. La tassazione delle importazioni non è una punizione per i concorrenti: è una tassa imposta direttamente sui consumatori americani, che si troveranno a pagare di più per beni di largo consumo — dai prodotti tecnologici ai generi alimentari.

Ancor più assurdo è il fatto che Trump consideri “dazi contro l’America” anche l’IVA europea, che è un’imposta sul consumo interna, applicata anche ai prodotti nazionali. È l’ennesima conferma di quanto la narrativa politica sia in rotta con l’alfabetizzazione economica.

Il mercato avverte il colpo: dati già in calo

I dati sono lì, impietosi: l’indice PMI manifatturiero USA di marzo è sceso a 50,2 (da 52,7), il minimo necessario per evitare la stagnazione. Il rallentamento del portafoglio ordini, il calo della produzione industriale, e la contrazione dell’ottimismo imprenditoriale sono le prime onde sismiche di una scossa più profonda. Più che un rilancio dell’economia americana, quella di Trump si prospetta come una guerra commerciale autoinflitta.

Non è un caso che i CEO delle principali multinazionali USA stiano, nel silenzio, cercando di limitare i danni. Ma la politica dell’imprevedibilità — messa in atto dalla Casa Bianca — paralizza la programmazione aziendale, blocca gli investimenti, interrompe gli aumenti salariali, come sta già avvenendo da mesi.

Una ferita al cuore delle istituzioni pubbliche

A rendere il quadro ancora più cupo, c’è il drastico ridimensionamento dell’apparato pubblico, con il Dipartimento della Salute che perde 20.000 lavoratori in meno di un anno, tra licenziamenti e “uscite volontarie”. È il segno che il protezionismo trumpiano non è solo economico, ma ideologicoriduzione dello Stato, chiusura al mondo, distruzione dei contrappesi.

Ma un Paese non diventa forte tagliando le sue infrastrutture sanitarie, né si difende impoverendo la sua amministrazione pubblica. Lo si vede nei Paesi emergenti: più lo Stato è debole, più l’economia si polarizza. Più si alzano i muri, più si costruisce un’economia di paura, non di crescita.

Il prezzo dell’illusione

L’America che Donald Trump dice di voler difendere è quella del passato, non del futuro. È l’America della fabbrica chiusa, non dell’innovazione. È l’America del sospetto, non della cooperazione. Ma il futuro non si costruisce con la nostalgia, e l’economia non si rilancia disintegrando le catene di valore che ci tengono insieme al mondo.

Il cosiddetto Liberation Day è, in realtà, una dichiarazione di isolamentouna ferita all’economia globaleun attentato alla crescita americana. E chi ne pagherà il prezzo non saranno i giganti dell’import-export, ma i lavoratori, le famiglie e le imprese che vivono nell’economia reale, lontano dai giardini curati della Casa Bianca.

La vera libertà economica non è chiudere le frontiere, ma aprirsi all’equità, alla cooperazione, all’investimento pubblico e all’innovazione sostenibile. Tutto il resto è ideologia travestita da strategia.