Ci sono numeri che non si dovrebbero scrivere. E nomi di luoghi che non dovrebbero mai diventare sinonimi di strage. Ma siamo al punto in cui Gaza è diventata un simbolo del fallimento morale e giuridico della comunità internazionale. Domenica, nel giorno in cui il numero dei morti nella Striscia ha superato la soglia dei 50.000 esseri umani — uomini, donne, bambini — il governo israeliano ha formalizzato il proprio piano di deportazione dei palestinesi, avviando la costruzione legale di un meccanismo che il diritto internazionale definisce senza ambiguità: pulizia etnica.

Non è più possibile far finta che si tratti solo di legittima difesa, o di risposte proporzionate. Non si tratta più — se mai lo è stato — di una guerra tra due eserciti. È la sistematica distruzione di un popolo, privato della terra, della storia, del futuro. E ora anche del diritto di restare.

Il linguaggio con cui viene presentata la “uscita volontaria” dei gazawi verso “paesi terzi” è l’ennesima beffa. È l’ipocrisia che chiama “umanitarismo” ciò che è espulsione forzata, e “sicurezza” ciò che è occupazione militare e devastazione civile. Il comunicato israeliano, approvato dal gabinetto di sicurezza, parla di percorsi sicuri, vie aeree, controlli umanitari. Ma mentre si redigono piani, le bombe continuano a cadere su ospedali, su campi profughi, su scuole dell’UNRWA. E mentre si parla di trasferimenti “coordinati”, intere famiglie vengono cancellate dalle mappe senza lasciare neanche il tempo di piangerle.

La presenza del consigliere per la sicurezza nazionale di Washington tra i fautori di questo piano, e l’appoggio esplicito del presidente Trump — che sogna Gaza trasformata in un “paradiso turistico” americano sulle sponde del Mediterraneo — aggiungono un livello ulteriore di cinismo: la complicità internazionale. Complicità nel chiudere gli occhi, nel rimuovere i morti dalle notizie, nel normalizzare l’idea che un intero popolo possa essere cancellato per decisione di gabinetto.

E nel frattempo, mentre la carneficina avanza e la diplomazia resta muta, anche in Israele si alza la voce della protesta. Decine di migliaia di cittadini israeliani marciano per chiedere la fine della guerra, il ritorno degli ostaggi, e la difesa dello stato di diritto da un governo che pare più attento a sopravvivere politicamente che a salvare vite. Netanyahu si sbarazza di alti funzionari scomodi, cerca di rimuovere il procuratore generale, e attua un’agenda sempre più isolata, sempre più radicale, sempre più disancorata dai principi democratici su cui Israele è nato.

Ma la questione che ci interpella come cittadini del mondo è più profonda. Quante vittime servono perché l’orrore venga chiamato per nome? Quante fotografie di bambini sotto le macerie, quante madri che scavano tra le rovine con le mani nude, quanti funerali di massa prima che l’ONU, l’Unione Europea, la Corte Penale Internazionale, smettano di limitarsi a “monitorare” la situazione?

La deportazione pianificata di un’intera popolazione civile è un crimine contro l’umanità. Lo dice il diritto internazionale, lo gridano le convenzioni di Ginevra, lo conferma la coscienza della storia. E chi oggi tace, sarà domani giudicato dalla memoria come complice dell’ingiustizia.

La Striscia di Gaza è lunga 41 chilometri e larga 6, ma in essa si sta consumando una crisi che riguarda l’umanità tutta. Non basta più parlare di pace. Occorre parlare di giustizia. Non basta invocare il diritto alla sicurezza di uno Stato. Occorre ricordare il diritto all’esistenza di un popolo. E se il mondo ha ancora un residuo di etica, non può permettere che il 2024 sia ricordato come l’anno in cui il diritto fu sacrificato sull’altare della geopolitica.

Se davvero crediamo nei valori universali, questo è il tempo della verità. E la verità è che nessuno può deportare la dignità di un popolo. Anche sotto le bombe. Anche nel silenzio. Anche sotto l’indifferenza complice dei potenti.