Quando gli imperi crollano, non lasciano dietro di sé soltanto macerie: aprono un vuoto, un’insostenibile leggerezza nella geopolitica che quasi sempre si riempie di caos. Oggi il mondo è orfano di imperatori, di quegli equilibri fragili e cinici costruiti nel tempo da potenze scomparse in fretta, lasciando spazio non alla pace universale, come ingenuamente si sperava a Versailles, ma a un vuoto vertiginoso colmato di conflitti irrisolti.
La partita che da secoli si gioca tra Mediterraneo, Caucaso e Asia Centrale è tornata così al centro delle dinamiche internazionali, restituendo all’Azerbaijan e ai territori tra Mar Nero e Mar Caspio quel ruolo di fulcro geopolitico che la storia ha già assegnato loro molte volte. Terra e mare, Oriente e Occidente, imperi caduti e nuove potenze emergenti tornano a scontrarsi nello scenario della nuova guerra globale che attraversa questi territori, figli di una pace—quella del 1919-1923—mai davvero tale, frutto della miopia politica e della rapacità coloniale europea.
L’impero ottomano, smembrato all’indomani della Prima guerra mondiale, aveva garantito a lungo un equilibrio precario, multiculturale e sovranazionale, grazie a un modello istituzionale che riusciva a gestire le diversità etniche e religiose senza soffocarle. Dopo di esso, la corsa dissennata alla modernizzazione nazionale, in nome di una malintesa libertà, ha prodotto frammentazione, conflitti etnici, repressioni sanguinose, genocidi e dittature mascherate da democrazie. Così, la pace imposta a Sèvres e poi rivista a Losanna, più che la fine dei conflitti, è stata la radice dei mali del secolo successivo: il fondamentalismo islamico, il terrorismo internazionale, la crisi permanente israelo-palestinese, l’instabilità cronica in Medio Oriente.
Non è casuale che nel cuore del vecchio Grande Gioco degli imperi—l’area del Caucaso—oggi si concentri un nuovo scontro di potere, una nuova lotta per il controllo energetico e strategico, che ricorda la logica brutale del secolo scorso. Senza più imperatori capaci di gestire con equilibrio questi conflitti, le nuove élites economiche e politiche globali non sembrano però in grado di prendere decisioni sagge, come dimostrano le inconcludenti riun ioni che periodicamente tengono a Davos. Al posto della responsabilità imperiale, sembra esserci solo un’élite di nuovi padroni, incapaci di leggere la complessità del mondo e di orientare la nave-mondo che pure pretendono di governare.
Il Novecento ha visto crollare gli imperi, ma non ha visto nascere alcun ordine mondiale alternativo in grado di garantire pace e stabilità durature. Al contrario, le potenze occidentali, con l’illusione di poter creare nazioni e confini a tavolino, hanno generato un’eredità tragica e conflittuale. Dalla Turchia kemalista alle dinastie wahhabite dell’Arabia Saudita, passando per Egitto e Palestina, il Vicino Oriente è stato trasformato da territorio d’incontro a epicentro della crisi globale, dove il concetto occidentale di stato-nazione ha prodotto lacerazioni e violenze piuttosto che progresso e democrazia.
Così, oggi, l’assenza degli imperatori non è libertà, è smarrimento. Ci ritroviamo in un mondo non pacificato, attraversato da guerre invisibili e conflitti per procura, gestiti da élites senza visione. Mancano figure capaci di immaginare una vera governance globale, capaci di riempire quel vuoto lasciato dagli imperi con un’alternativa credibile alla frammentazione geopolitica e morale.
La storia non perdona: l’illusione che bastasse abbattere gli imperi per ottenere la pace ha condotto l’umanità dentro una spirale di violenze senza fine. Forse è tempo di riconoscere che, nel nostro mondo senza più imperatori, la sfida più urgente è trovare un nuovo equilibrio internazionale. Una sfida che richiede saggezza e responsabilità, qualità che le nuove élites devono ancora dimostrare di possedere, se non vogliamo lasciare alle generazioni future solo le rovine di una libertà conquistata senza sapere che farsene.
Tema profetico. Il trumpismo credo sia l’ultimo vagito di un’America che vede il suo impero tramontare sotto un nuovo ordine mondiale.