RECENSIONE: La RAI ha trasmesso qualche sera fa il film “io Capitano”. Il film del regista italiano Matteo Garrone ha vinto 2 premi al Festival di Venezia, 7 premi David di Donatello e 4 premi Nastri d’Argento. Io Capitano ha ricevuto 1 nomination ai premi Oscar, 1 nomination ai premi Golden Globe, 8 nomination ai premi David di Donatello, 3 nomination ai premi Nastri d’Argento e 2 nomination ai premi European Film Awards. Di esso ne possiamo apprezzare la qualità artistica e la pertinenza politico sociale in questo particolare momento storico per il Mediterraneo allargato.

, “Io capitano” di Matteo Garrone (2023) ha una fotografia da 10 e lode. Parte tutto da lì: innanzitutto, perché è un lungometraggio pazzesco da denuncia visiva, uno spaccato di narrazione su una realtà di flussi migratori di cui si parla sempre per frammento, retorica o slogan urlanti e poco concreti. Il regista evita di affrontare la questione politica e politicamente, perché non gli interessa l’ipocrisia sottobanco di chi siede ai tavoli di Bruxelles e Strasburgo senza arrivare a conclusioni degne, così come non ha a cuore indurre lo spettatore allo “strappalacrime”.

“Io capitano” ha una fotografia dilatante, incredibilmente, per tutta la durata, che grazie agli spazi sconfinati, resi ancora più estremi di quanto non lo siano già, e ancora attraverso momenti crudi di dura realtà, riesce a ricreare nel pubblico una catarsi fatta di stupore.

Perché il cinema di Garrone anche stavolta fa sì che la commozione ceda il passo alla “meraviglia” tristemente e riflessivamente assorta, senza pianti ma con tanto sgomento.

È in questo contesto che s’inserisce pienamente e con efficacia il gioco delicato di contrasti (basti osservare con quanta delicatezza si susseguano le immagini nel montaggio, dove si contano, infatti, solo circa due bruschi stacchi), tra fermi immagine che si comportano come visivi enjambement, ove la poesia è tanto nei colori quanto nella polvere, perché l’Africa è terra di gioia, danze e festa, ma anche di povertà, torture e criminalità.

Anche l’Europa non è da meno, e lo si percepisce bene sia da dialoghi iniziali sia da una guardia costiera non intervenuta dopo sollecitazioni gravi. Perché il mondo è uno schifo, e in qualche modo, pur senza puntare il dito contro nessuno, Garrone un po’ ricorda all’umanità di essere complice della sua stessa sofferenza. Quell’umanità che non può e non deve essere del tutto perduta: sono bravissimi i non attori (si segnalano due momenti innaturali, così come due momenti di trama irrealistici), sulla stregua del Neorealismo, a portare avanti messaggi di speranza, tra gesti, affetti e parole, nell’ambito di colpi di scena forti e significativi (non mancano, comunque, una o due situazioni leggermente prevedibili).

Le note sono a ritmo alternato, ma preparano spesso alla tensione: è ben restituita l’emozione sonora di una vera e propria Odissea degli anni 2000, per cui ci si sarebbe attesi un epilogo meno da lungaggine didascalica con retorico fermo immagine sul volto del protagonista felice di aver raggiunto la “terra promessa” (un po’ si rallenta nelle scene del deserto a causa di lievi lungaggini).

Insomma, Garrone conclude con finale debole un lavoro quasi eccellente, ed è un peccato: perché non possiamo parlare, a questo punto, di capolavoro, eppure va riconosciuto, sempre per merito della direzione fotografica, che la restituzione del nulla in termini di soluzioni al problema umanitario attraverso paesaggi aridi anche se urbani e la creazione di vortici emotivamente contrastanti (se solo pensiamo ai balli in giro per Dakar e alla disperazione sul barcone) sono parte di un progetto consapevole che trascende il Cinema, toccando altissimi livelli di dignità: proprio quella calpestata in ambiti che ci ricordano una sorta di Olocausto del Nuovo Millennio.

Il film è ancora fruibile su raiplay