Un altro venerdì di sangue, un altro giorno in cui dei bambini sono morti. Il 4 aprile 2025, a Kryvyï Rig — città natale del presidente ucraino Volodymyr Zelensky — un missile russo ha ucciso 18 persone, tra cui 9 bambini. Bambini. Non soldati. Non bersagli militari. Bambini. Accanto a un’area giochi. A pochi passi da un’altalena. Non servirebbero altre parole: l’immagine è insopportabile. Ma va guardata in faccia.
A oltre tre anni dall’invasione russa, la guerra in Ucraina continua a dilaniare i corpi e le coscienze. Non è più soltanto un conflitto armato: è diventata una vergogna umanitaria e morale davanti alla quale la comunità internazionale non può più restare nel comodo silenzio dell’analisi strategica o della diplomazia prudente. A Kryvyï Rig, quel 4 aprile, è stato colpito il cuore stesso dell’umanità.
Il Ministero della Difesa russo ha parlato di una “precisa operazione contro un ristorante dove si riunivano istruttori occidentali”. Ma le immagini, i video, i testimoni raccontano altro: altalene bruciate, corpi sull’asfalto, un’auto in fiamme, urla nella polvere.
Non è stato colpito un obiettivo militare, ma un quartiere civile. E il comunicato ufficiale non è altro che l’ennesimo tentativo di coprire un crimine con il mantello del linguaggio. L’ipocrisia, in questa guerra, non è un effetto collaterale. È un’arma. Si uccide con i missili, ma si cancella la verità con le parole.
Kryvyï Rig non è una città qualsiasi. È un simbolo: industriale, popolare, e affettivamente centrale per il popolo ucraino. La città natale del presidente è stata presa di mira più volte. È come se si volesse colpire non solo un luogo, ma l’anima di una nazione, la speranza di ricostruzione, la dignità della vita ordinaria.
Colpire un’area giochi, a 80 chilometri dalla linea del fronte, è un modo per dire: non esiste retrovia, non esistono innocenti, non esiste tregua. È una guerra che vuole far piangere le madri, non vincere battaglie. E in questa strategia, i bambini diventano vittime non casuali, ma funzionali alla logica del terrore.
Il presidente Zelensky ha dichiarato con forza: «Chi può fare una cosa del genere non è umano». È una reazione comprensibile. Ma la domanda è ancora più tragica: e se questa disumanizzazione fosse voluta?
In questa guerra, si uccide per mandare un messaggio. Si colpiscono scuole, ospedali, parchi. Non sempre per sbaglio. Spesso per instillare paura, per spezzare la speranza, per fiaccare la resistenza. E quando la barbarie diventa strategia, nessun tavolo diplomatico può più giustificarla.
Chi parla di tregua, di negoziato, di pace (e sono discorsi necessari), deve però cominciare da qui: uccidere un bambino non è mai una strategia politica. Non è una “dura necessità bellica”. È un abisso. Un punto di non ritorno.
E prima ancora dei governi, siamo noi chiamati a non assuefarci.
Perché ogni volta che un bambino muore sotto una bomba, muore qualcosa anche nella nostra coscienza. E se la coscienza si addormenta, anche la pace diventa impossibile.
Il 4 aprile 2025, a Kryvyï Rig, un missile è caduto sull’infanzia. Ha colpito la speranza, la fragilità, la vita che stava crescendo. Ma le altalene non sono bersagli. I bambini non sono minacce.
E le guerre che dimenticano questo hanno già perso tutto.
La pace inizia da qui: dal rifiuto radicale di uccidere l’innocenza.