È dai tempi di Papa Sisto – ha ricordato con il suo sorriso lieve il cardinale Matteo Zuppi – che l’assemblea dei vescovi italiani si tiene a maggio. Eppure, per la prima volta da secoli, quel consueto appuntamento viene spostato. Non per un’emergenza, non per un’emozione. Ma per qualcosa di infinitamente più rivoluzionario: ascoltare di più.

È accaduto, con coraggio e umiltà, al termine della Seconda Assemblea del Cammino sinodale della Chiesa italiana.

In Aula Paolo VI, 835 votanti su 854 hanno detto che il testo delle Proposizioni, intitolato “Perché la gioia sia piena”non è ancora maturo. Troppo sintetico, troppo distante dalla ricchezza emersa nei racconti delle diocesi. Si è scelto, allora, di non forzare i tempi, ma di prendere sul serio il metodo sinodale, che non è uno stile da mettere in agenda, ma un modo di essere Chiesa.

Il tempo dell’ascolto non è mai tempo perso

Ci sono epoche in cui la Chiesa sembra affrettare il passo, spinta dall’urgenza storica. E ce ne sono altre, come questa, in cui la Chiesa decide di rallentare, per non rischiare di costruire sul vuoto. È successo ora, e non è poco. Dietro il rinvio al 25 ottobre, in occasione del Giubileo delle équipe sinodali, non c’è una crisi del processo, ma una scelta consapevole di metodo e di sostanza: fare sul serio con la sinodalità significa dare spazio al discernimento, senza impacchettare decisioni già scritte, senza pretendere il consenso a comando.

Una Chiesa che cammina e non corre

È il vescovo Erio Castellucci, presidente del Comitato nazionale del Cammino sinodale, a dirlo con chiarezza: non si tratta di una bocciatura, ma di una necessaria revisione globale. Troppe le esperienze vissute dalle diocesi, troppe le domande ancora aperte, per ridurre tutto a un elenco di proposizioni formali. Il popolo di Dio ha parlato, ma non è stato ancora tutto ascoltato.

E allora si riscrive. Si ripensa. Si ricomincia. Non per debolezza, ma per fedeltà. Perché, come ha detto lo stesso Castellucci, la Chiesa non è un’élite che guida ignorando il sensus fidei del popolo, ma è una comunità di discernimento corale, in cui pastori e fedeli si cercano, si ascoltano, si riconoscono.

Rimandati, sì. Ma per vocazione

Ciò che colpisce di più è il linguaggio nuovo che sta emergendo. Non più comunicati gelidi e protocollari, ma parole come “dinamismo”, “camminare”, “integrare”, “discernere”. È la lingua madre del Concilio Vaticano II, che trova oggi nella sinodalità la sua grammatica aggiornata. E se qualcuno liquida il tutto come inefficienza burocratica, dimentica che la sinodalità non è procedura, ma profezia.

Certo, è una profezia che chiede tempo. Ma che ne è della profezia che non conosce l’attesa? Non si tratta di rallentare per paura. Si tratta di non bruciare i frutti prima che maturino. Come nella parabola evangelica, il seminatore ha sparso il seme. Ora si veglia e si custodisce, senza ansia, con fede. Non si va avanti per slogan, ma per ascolto e confronto.

Il volto nuovo della Chiesa ha bisogno di fiducia

Il messaggio finale all’indirizzo di Papa Francesco è semplice e vero: gioia e responsabilità. Non si tratta di parole diplomatiche. Ma dell’essenza di ciò che si è vissuto. La gioia di non essere soli nel pensare il futuro, e la responsabilità di non tradire la chiamata a essere “una Chiesa diversa, non perché nuova, ma perché più fedele al Vangelo”, come direbbe il cardinal Martini.

La sinodalità, a questo punto del cammino, non è più una scommessa. È una realtà in divenire. Una promessa che si fa processo. E se ci vuole più tempo per scrivere le Proposizioni, è perché finalmente la Chiesa non ha paura del tempo, ma solo della superficialità.

Che bello, allora, che siano stati “rimandati a ottobre”. Forse è il voto migliore che potessero ricevere.