La notizia, rilanciata domenica scorsa dal Welt am Sonntag — supplemento del quotidiano tedesco Die Welt — secondo cui la Cina starebbe valutando di unirsi alla cosiddetta “coalizione dei volenterosi” per inviare truppe di interposizione in Ucraina, ha immediatamente attirato l’attenzione degli osservatori internazionali. Se confermata, avrebbe rappresentato un cambiamento di scenario radicale, con la seconda potenza militare ed economica globale che si allinea, sia pure in chiave peacekeeping, con i paesi occidentali maggiormente coinvolti nel sostegno a Kiev.

Tuttavia, a oggi, non esiste alcuna conferma ufficiale, né da parte di Pechino né da fonti diplomatiche cinesi accreditate. I media statali, inclusi il Global Times — organo rivolto al pubblico internazionale e spesso usato come cassa di risonanza per messaggi strategici del Partito Comunista Cinese — non hanno dedicato nemmeno un riferimento all’indiscrezione. La scelta comunicativa è significativa, perché il silenzio stampa di Pechino, in contesti del genere, tende a indicare la volontà di non alimentare nemmeno ipotesi remote.

Anzi, la Cina ha ribadito più volte la sua linea: rispetto della sovranità nazionale, rifiuto delle logiche di alleanze militari contrapposte, promozione di una soluzione diplomatica multilaterale. L’adesione a una coalizione composta da paesi come Francia, Regno Unito o Polonia, che negli ultimi due anni hanno fornito armamenti e addestramento all’Ucraina, costituirebbe una rottura evidente rispetto a questa posizione.

La fonte anonima riportata dal Welt am Sonntag ha motivato la possibilità cinese come un modo per “aumentare il livello di accettazione da parte della Russia” della missione occidentale. Ma questa affermazione si scontra con le dichiarazioni quotidiane dei portavoce del Cremlino, Peskov e Zakharova, secondo cui ogni presenza militare straniera in Ucraina che non sia esplicitamente approvata da Mosca, e soprattutto ogni coinvolgimento di paesi NATO o loro partner, è considerata una minaccia diretta. La posizione russa sul tema è chiara: un contingente neutrale può essere valutato solo nel quadro di una missione di peacekeeping dell’ONU, con truppe provenienti da paesi non coinvolti nel conflitto, preferibilmente da Asia e America Latina.

In questo contesto, l’inserimento della Cina in una coalizione militare europea appare inverosimile. Piuttosto, l’indiscrezione sembra servire a un altro scopo: rafforzare internamente, in Europa, l’idea di una minaccia crescente e multilaterale ai confini orientali. Non solo la Russia, dunque, ma anche — in prospettiva — una Cina pronta a estendere la propria influenza fino ai confini continentali. Questa percezione, anche se priva di fondamento concreto, può diventare un utile catalizzatore per il dibattito interno nei singoli Stati membri.

È il caso della Germania, dove la tematica del riarmo sta tornando al centro dell’agenda pubblica. In un paese storicamente prudente in materia di impiego militare, l’evocazione di un doppio fronte — russo e potenzialmente cinese — potrebbe servire a giustificare l’aumento della spesa per la difesa, l’acquisto di nuovi sistemi d’arma e l’adeguamento della Bundeswehr ai nuovi standard NATO. In questo senso, la narrazione rilanciata dal settimanale tedesco può essere letta anche come una manovra indiretta di legittimazione politica, a uso interno.

Al netto di ogni considerazione, va sottolineato che qualsiasi ipotesi di missione internazionale in Ucraina dovrà inevitabilmente passare per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. E lì, sia la Russia che la Cina detengono il diritto di veto. Ne consegue che una reale operazione di peacekeeping non potrà mai essere avviata senza l’assenso esplicito di entrambe. Qualunque scenario alternativo, compreso quello emerso nei giorni scorsi, rischia di rimanere nell’ambito della speculazione politica.

Ad occhi ed orecchie esperte ed attente, la notizia di una possibile adesione cinese alla “coalizione dei volenterosi” appare, a oggi, priva di fondamento documentale e strategico. Ma il suo rilancio pubblico, in un momento delicato per l’Europa e per la Germania in particolare, rivela molto sulle paure, sulle dinamiche interne e sulla volontà di alcuni settori politici di legittimare un impegno militare crescente in un contesto geopolitico sempre più instabile.