Il 4 aprile 1949, dodici nazioni firmarono a Washington il Patto Atlantico, dando ufficialmente vita alla NATO – l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. Da allora, l’Alleanza Atlantica è passata attraverso guerre fredde e calde, crisi missilistiche e umanitarie, espansioni verso est e frizioni interne. Ma l’idea di fondo è sempre rimasta la stessa: una struttura militare occidentale, a guida statunitense, per garantire l’equilibrio strategico su scala globale.

Nata come scudo politico-militare contro la minaccia sovietica, la NATO ha sempre risposto, più o meno direttamente, alla volontà statunitense di strutturare una propria architettura di sicurezza planetaria, nella quale l’Europa dovesse rimanere sotto tutela. A volere la NATO, al di là delle retoriche ufficiali sulla “difesa collettiva”, furono innanzitutto gli Stati Uniti: Roosevelt prima, Truman poi. Gli europei, prostrati dalla guerra e preoccupati dal blocco comunista, accettarono. Ma con ciò rinunciarono in parte a una propria autonomia strategica, un tema mai più risolto fino ad oggi.

Una NATO trasformata: da difensiva a offensiva

Con la caduta dell’URSS, la NATO non si è dissolta. Al contrario, si è espansa. Prima inglobando i Paesi dell’Est Europa (provocando il disappunto russo), poi operando interventi fuori area (Jugoslavia, Afghanistan, Libia). Non più alleanza difensiva, ma braccio operativo di una visione geopolitica a trazione americana, ora sempre più diretta verso il teatro dell’Indo-Pacifico, con uno sguardo fisso sulla Cina.

Il conflitto in Ucraina ha dato nuova linfa all’Alleanza, ma anche creato una narrazione monolitica: la Russia come minaccia esistenziale, anche per chi – come l’Italia – non ne percepisce alcuna concretezza militare diretta. In realtà, il vero nodo è un altro: il riarmo. Il ritorno della logica delle armi come soluzione ai conflitti internazionali, con investimenti miliardari che faranno la fortuna di alcuni e l’irrilevanza di altri.

La Germania si riarma, l’Italia si disperde

In questo scenario, la Germania ha colto l’occasione. Dopo decenni di postura pacifista, ha deciso di diventare potenza militare piena, con uno stanziamento straordinario di 100 miliardi di euro per la Bundeswehr. Berlino guida la partita industriale e diplomatica nella difesa europea, riceve appalti, indirizza strategie, detta condizioni.

L’Italia, invece, si accoda, senza una visione autonoma. Non guida, non propone. Non difende nemmeno i suoi interessi mediterranei. Il progetto DDX, con la costruzione di cacciatorpedinieri pesanti capaci di lunga permanenza in oceano aperto, è emblematico: non si prepara a difendere l’Europa, ma a proiettare forza navale nel Pacifico, in funzione anti-Cina, al fianco degli USA.

Una scelta strategicamente gravissima: la Cina non è nemica dell’Italia, e un nostro coinvolgimento in un’eventuale escalation asiatica non porterebbe alcun vantaggio, solo rischi e isolamento. L’Italia si sta quindi attrezzando non per proteggere sé stessa, ma per rafforzare l’imperativo geopolitico americano in una regione dove non ha nulla da guadagnare. E in cambio? Nulla.

A chi giova il riarmo?

Il riarmo massiccio in corso – richiesto dalla NATO, benedetto da Washington – arricchirà il complesso militare-industriale statunitense, rafforzerà la posizione geopolitica della Germania, e lascerà l’Italia più debole, più dipendente, più marginale.

I soldi spesi per nuove armi verranno sottratti alla scuola, alla sanità, al welfare. E chi oggi esalta il Patto Atlantico senza interrogarsi sul suo sviluppo attuale, dimentica che l’alleanza che doveva garantire pace e stabilità si sta trasformando in una piattaforma bellica permanente, proiettata ormai molto oltre l’Atlantico.

Una scelta obbligata?

No, non è obbligatorio essere gregari. La storia offre sempre alternative. Ma serve coraggio politico, cultura strategica, visione autonoma. L’Italia, invece, continua a camminare dietro, senza voce, senza scelte.

E la NATO, da strumento di difesa collettiva, rischia di diventare il veicolo di una nuova subordinazione, in cui le guerre lontane ci costano molto più di quanto ci proteggano. Sta a noi, oggi, decidere se essere parte della partita o semplici pedine su una scacchiera decisa altrove.

L’anniversario del Patto Atlantico dovrebbe servire a questo: non solo ricordare, ma interrogarsi. Non solo celebrare, ma scegliere.