L’idea che la guerra possa essere disciplinata, frenata o addirittura eliminata attraverso un sistema giuridico internazionale, come teorizzato nel corso del Novecento, oggi appare per ciò che realmente è: una nobile illusione. Non solo l’ordinamento internazionale non è riuscito a pacificare il mondo, ma ha persino mostrato, in modo imbarazzante, tutta la sua incapacità di imporre regole alle grandi potenze, le quali continuano indisturbate a esercitare una sovranità quasi assoluta sull’uso della forza.

La criminalizzazione giuridica della guerra, sancita dalle Nazioni Unite e sostenuta dalle Corti penali internazionali, avrebbe dovuto rappresentare un passo avanti rispetto alla tradizionale logica vestfaliana. Tuttavia, le lacune normative, le ipocrisie politiche e le incoerenze strutturali del sistema lo hanno reso incapace di incidere davvero sulle logiche del potere, ancor meno sulla pratica della violenza bellica. Il diritto internazionale rimane, oggi più che mai, per usare una nota espressione di Hersh Lauterpacht, «evanescente».

Non sorprende, dunque, l’insuccesso dello jus contra bellum, almeno quanto lo era già stato lo jus belli. La ragione è semplice e politica: il Consiglio di sicurezza dell’ONU, dominato dalle grandi potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, ha costruito un sistema gerarchico di potere in cui esse stesse risultano immuni da ogni possibile perseguibilità. Così, mentre il concetto di «guerra di aggressione» rimane volutamente ambiguo e indefinito, la giustizia penale internazionale assume un carattere selettivo e, inevitabilmente, di parte: essa agisce contro i vinti, mai contro i vincitori.

La giustizia internazionale, malgrado le condanne clamorose del Tribunale dell’Aja, con sentenze di decine d’anni di carcere o persino ergastoli, non è riuscita e probabilmente non riuscirà mai a incidere sulla realtà profonda del conflitto, sulla violenza strutturale che caratterizza l’agire delle potenze mondiali. E se è vero che la diplomazia preventiva, come suggeriva Hedley Bull, può talvolta rappresentare una via più realistica rispetto alla repressione ex-post, è altrettanto vero che la volontà delle potenze egemoni rimane decisiva per qualsiasi soluzione reale.

Assistiamo così a una tragica farsa: il diritto internazionale, pensato per garantire la pace, si riduce spesso a semplice strumento di legittimazione dei risultati di conflitti decisi unilateralmente dalle potenze dominanti. La «guerra umanitaria» o la «guerra preventiva» sono diventate nuove formule retoriche attraverso cui si giustifica una violenza senza limiti, esercitata con armi sempre più sofisticate e letali. È la profezia inquietante di Carl Schmitt, quella di una «guerra civile globale», a materializzarsi sotto i nostri occhi, tra nichilismi opposti e ugualmente distruttivi.

E in questo scenario, risuona amaramente vera la celebre affermazione del giudice indiano Radhabinod Pal, membro dissidente del Tribunale di Tokyo: «Solo la guerra persa è un crimine internazionale». Una frase che racchiude, in poche parole, tutta l’ipocrisia di un sistema giuridico internazionale che si fa forte con i deboli e debole con i forti.

La sfida del nostro tempo non è soltanto rivedere le regole del gioco internazionale, ma ammettere finalmente che, senza un ripensamento profondo della natura stessa del potere mondiale, ogni sforzo per disciplinare la guerra rimarrà condannato a un doloroso e inevitabile fallimento.