Secondo le principali testate americane, la necessità di salvare l’alleanza transatlantica tra Stati Uniti ed Europa parte da una premessa corretta: siamo in un momento delicato, in cui le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico sono messe alla prova da dinamiche interne ed esterne senza precedenti. Gli americani, tuttavia, peccano di una visione sbilanciata e a tratti ingenua, che finisce per collocare l’Europa in una posizione subalterna, incapace di esistere senza l’ombrello protettivo americano.
Un’alleanza a senso unico?
Il primo problema è l’assunto di fondo: l’Europa non dovrebbe nemmeno parlare di “indipendenza strategica”, perché ciò equivarrebbe, a “commettere suicidio per paura della morte” lo statista tedesco del XIX secolo Otto von Bismarck descrisse la guerra preventiva. Questa retorica è pericolosa, perché cristallizza un rapporto che ha già mostrato le sue asimmetrie e fragilità, soprattutto durante gli anni della presidenza Trump.
Si chiede all’Europa di non “spaventare” gli Stati Uniti con velleità di autonomia, mentre la Casa Bianca ha ormai dimostrato che le sue priorità possono cambiare radicalmente a seconda dell’inquilino di turno. Un’alleanza vera non si regge sull’obbedienza, ma su fiducia reciproca e dignità condivisa.
Inoltre, il termine “salvare l’alleanza” sembra suggerire che l’unica alternativa sia tra completa dipendenza dagli USA o il baratro. È una falsa alternativa: l’autonomia europea, come ha detto più volte anche il presidente francese Macron, non significa rompere i ponti con Washington, ma essere in grado di scegliere, di contare, di contribuire da pari a pari.
Una visione troppo militarista
Altro punto critico è la visione della sicurezza esclusivamente in termini militari e industriali. Si chiede all’Europa di investire decine, se non centinaia di miliardi di euro ogni anno in armamenti, nuove brigate, rompighiaccio artici, presenza navale nell’Indo-Pacifico e mantenimento della pace in Africa.
È questa la priorità per il nostro Paese e per l’Unione Europea?
Abbiamo alle porte crisi sociali, diseguaglianze crescenti, transizione energetica da gestire, un mondo del lavoro in trasformazione. Spingere l’Europa a concentrare tutte le sue risorse sull’apparato militare rischia di snaturare il modello europeo, che si è sempre distinto per la promozione della pace, della diplomazia, dello sviluppo.
Anche il riferimento alla “minaccia migratoria” è trattato in modo semplicistico e pericolosamente strumentale. Si parla della necessità per la NATO di pianificare interventi militari per fermare la migrazione alle fonti, senza mai mettere in discussione le cause strutturali — dalle guerre alle disuguaglianze globali — che spesso vedono proprio l’Occidente tra i protagonisti.
L’illusione della deterrenza nucleare
Non manca la solita invocazione alla deterrenza nucleare americana come garanzia di sicurezza. È curioso — se non contraddittorio — che in un momento storico in cui si parla di disarmo e di controllo degli armamenti, si continui a sostenere che l’unica via per la pace sia minacciare la distruzione. L’Italia, sede delle bombe atomiche americane di Aviano e Ghedi, dovrebbe invece essere in prima linea per un’Europa più autonoma anche sul piano etico, capace di proporre alternative alla logica dell’intimidazione reciproca.
L’Europa ha bisogno di visione, non solo di missioni
Gli USA chiedono all’Europa di “rinnovare il senso di scopo” dell’alleanza. Ma non può essere Washington a dettare quale dev’essere il nostro scopo. L’Europa non può limitarsi a inseguire le priorità statunitensi (Russia, Cina, Medio Oriente, Artico…) adattando sé stessa a uno scacchiere disegnato altrove.
Noi europei — e noi italiani — abbiamo una storia, una geografia e una cultura diplomatica che ci rendono capaci di immaginare soluzioni diverse, di costruire ponti, non solo blocchi. Il nostro contributo al mondo non è nell’emulare il modello americano, ma nel proporre un modello alternativo, in cui la sicurezza non sia sinonimo di superiorità militare, ma di stabilità, giustizia sociale, cooperazione e dialogo tra civiltà.
Alleati sì, subalterni no
L’alleanza transatlantica non va abbandonata, ma ribilanciata. L’Europa deve rafforzarsi, sì — ma non per compiacere Washington, bensì per servire meglio i propri cittadini, la propria idea di pace e giustizia, il proprio ruolo nel mondo.
L’Italia, con la sua collocazione strategica, la sua cultura mediterranea, la sua vocazione al dialogo, può essere protagonista di un nuovo modo di pensare la sicurezza: più umano, più inclusivo, più europeo.
Essere alleati non significa essere dipendenti.
Essere forti non significa militarizzarsi.
Essere europei non significa accettare senza fiatare la narrazione altrui.
L’alleanza va salvata, certo. Ma non a costo della nostra identità.
articolo intelligente. Voglio scrivere all’autore.