Le elezioni di medio termine nelle Filippine faranno di Duterte un martire vittorioso o rafforzeranno le opposizioni contro lo stesso Marcos?
L’arresto di Rodrigo Duterte da parte della Corte Penale Internazionale (CPI) è ben più di un semplice caso giudiziario: è un evento storico destinato a segnare profondamente la vita politica filippina, già tormentata da divisioni familiari, rivalità e crisi istituzionali.
Per le Filippine, il trasferimento dell’ex presidente Duterte all’Aia rappresenta un durissimo colpo simbolico: non soltanto mette sotto processo un ex capo di Stato per la sua controversa e brutale “guerra alla droga”, ma sfida apertamente quel sistema politico costruito su potenti clan familiari che, fino ad oggi, sembravano intoccabili.
La reazione delle due principali fazioni politiche—i Marcos e i Duterte—sarà fondamentale. Se la vicepresidente Sara Duterte riuscirà a dipingere il caso come un attacco esterno, un’ingiustizia contro la propria famiglia, potrà compattare ulteriormente i sostenitori del padre attorno a un sentimento di vittimizzazione. Questo avrà conseguenze dirette sulle prossime elezioni di medio termine: gli alleati di Duterte useranno inevitabilmente questa vicenda per mobilitare l’elettorato, trasformando un processo per crimini contro l’umanità in una battaglia elettorale interna.
Il presidente Ferdinand Marcos Jr. è chiamato a un equilibrio politico delicatissimo: sostenere apertamente Duterte significherebbe avallare le atrocità di cui è accusato; prenderne le distanze potrebbe alienargli l’importante base elettorale che tuttora sostiene il clan Duterte. Marcos cercherà di giocare su entrambi i fronti, ma sarà costretto, presto o tardi, a scegliere una linea chiara, soprattutto se il sentimento popolare dovesse spostarsi verso un maggior sostegno alla giustizia internazionale.
In questa complessa equazione, l’opposizione potrebbe trovare nuova linfa. Fino ad ora debole e frammentata, emarginata dalla forza travolgente dei Duterte prima e dei Marcos poi, oggi ha l’opportunità storica di rilanciare il messaggio che nessuno—nemmeno gli ex presidenti—può agire al di sopra della legge e dei diritti umani fondamentali. Ma l’opposizione deve essere rapida ed efficace nel veicolare questo messaggio, pena il rischio di perdere il momentum generato da questo terremoto politico.
Quello che accade oggi nelle Filippine non riguarda soltanto Rodrigo Duterte e la sua famiglia: è una prova fondamentale per il futuro della democrazia filippina e per la tenuta delle sue istituzioni democratiche. Una prova che ci dirà se il Paese è pronto ad abbandonare un modello politico basato sulla brutalità, l’impunità e la dinastia, per abbracciare finalmente la strada dello stato di diritto e della responsabilità.
Le prossime settimane e mesi saranno determinanti: il popolo filippino dovrà decidere non solo chi eleggere, ma quale tipo di nazione vuole essere. L’arresto di Duterte pone la società davanti a uno specchio, e guardandoci dentro potrà scoprire se è davvero pronta per voltare pagina, o se rimane prigioniera dei fantasmi del suo recente passato.