C’è un punto di non ritorno nei conflitti armati. È il momento in cui la violenza smette di essere tragica per diventare cinica, sistematica, disumanizzante. Quando gli ospedali diventano obiettivi, le ambulanze bersagli e i soccorritori vittime. A Gaza, quel punto è stato superato da tempo, ma quanto avvenuto a Tal al-Sultan non può essere semplicemente archiviato come “danno collaterale”.

Quindici operatori della Mezzaluna Rossa e della Protezione Civile, partiti per soccorrere feriti sotto le bombe, sono stati uccisi deliberatamente. Lo affermano le testimonianze, lo conferma la Mezzaluna Rossa, lo suggerisce persino la dinamica: ambulanze crivellate, resti umani smembrati, corpi occultati con bulldozer. L’esercito israeliano ha ammesso l’attacco, ma incolpando Hamas. Eppure qui non si parla di combattenti, né di scudi umani: si parla di paramedici con la divisa riconoscibile, di veicoli segnalati, di comunicazioni regolarmente inoltrate.

Questo crimine – perché tale è – non si esaurisce nel sangue versato, ma si consuma anche nel silenzio assordante della comunità internazionale. Come ha detto Tom Fletcher dell’ONU, se il diritto umanitario vale ancora qualcosa, è ora di dimostrarlo. Non con dichiarazioni formali, ma con atti concreti. Perché non basta più “esprimere preoccupazione” davanti alla sistematica eliminazione di chi salva vite umane.

L’operazione di terra a Rafah, annunciata mentre ancora si scavano le macerie, mostra il vero volto di questa guerra: una strategia di annientamento che travolge tutto, anche le regole basilari della convivenza tra popoli. Espandere una “zona cuscinetto” vuol dire deportare migliaia di civili in nome della sicurezza. È la stessa logica che da mesi riduce Gaza a un poligono di tiro, con migliaia di morti, decine di ospedali distrutti, sfollati in tende colpite dai droni. E tutto questo, nonostante le misure cautelari imposte dalla Corte Internazionale di Giustizia contro il rischio di genocidio.

Ma il vero scandalo non è solo l’orrore che si consuma. È l’assuefazione globale. La capacità, oramai consolidata, di assorbire anche questo nel flusso delle notizie quotidiane. Una mensa bombardata alla vigilia dell’Eid al-Fitr. Un carretto ucciso con un drone. Sei persone morte in un rifugio. E il giorno dopo si volta pagina.

Eppure, anche nel buio, resta una luce che interpella le coscienze: il volto sfigurato di Anwar Abdel Hamid al-Attar, capo missione, sepolto nel fango con la sua casacca strappata. Lui rappresenta una civiltà che resiste, anche sotto le bombe: quella del soccorso, della solidarietà, dell’umano che si china sull’altro per salvarlo.

Se il mondo tace su tutto questo, non è solo la Palestina a perdere. È l’intera umanità a ferirsi, a mutilarsi della propria dignità. Non è più il tempo delle mezze parole. È il tempo delle scelte. E anche il silenzio, in questi casi, è una scelta. Una complicità.