Il 31 marzo 2025 non è stato solo un giorno in tribunale: è stato un momento di verità per la democrazia francese e per l’Europa intera. La sentenza del tribunale correzionale di Parigi, che ha dichiarato Marine Le Pen ineleggibile con effetto immediato, è una pietra miliare. Non perché colpisca un personaggio potente, ma perché riafferma un principio fondamentale: nessuno è al di sopra della legge, nemmeno chi si presenta come paladino del “popolo” contro le élite.

I fatti parlano chiaro. Per oltre un decennio, tra il 2004 e il 2016, il Front National — poi Rassemblement National — ha dirottato milioni di euro destinati dal Parlamento europeo alla retribuzione di assistenti parlamentari. Quei soldi pubblici sono serviti invece a sostenere l’apparato del partito. Un sistema esteso, duraturo, ben organizzato. Altro che incidenti amministrativi: si è trattato di un meccanismo sistemico e spudorato di sottrazione di fondi.

La linea di difesa di Marine Le Pen durante il processo è stata coerente con la sua strategia politica: trasformare tutto in un attacco ideologico, accusare le istituzioni europee di non capire i partiti francesi, rivendicare una visione “militante” dell’assistenza parlamentare. Ma quella strategia ha mostrato presto le sue crepe. Di fronte all’evidenza – assenza di documenti, di attività, di prove concrete del lavoro parlamentare svolto – anche il più astuto gioco retorico si è rivelato vuoto.

La sentenza di ineligibilità con esecuzione immediata non è una vendetta politica, come suggeriscono Mosca e Budapest. È l’applicazione rigorosa di una legge che prevede la sanzione automatica per chi si rende colpevole di peculato. E chi ha a cuore la democrazia non dovrebbe temere questa severità: dovrebbe anzi applaudirla, perché rafforza la fiducia dei cittadini nella giustizia.

È singolare, però, che a gridare alla “violazione delle norme democratiche” siano proprio regimi autoritari o semi-autoritarî che collezionano censure, repressioni, restrizioni di libertà civili. Le dichiarazioni di sostegno del Kremlino e di Viktor Orbán, in realtà, svelano un’allarmante convergenza ideologica. È la cartina al tornasole di una destra radicale transnazionale che si muove al di fuori delle regole, ma reclama protezione proprio dalle regole stesse quando viene chiamata a risponderne.

Ora, Marine Le Pen non potrà candidarsi alle prossime elezioni presidenziali. Il suo partito si mobilita attorno alla figura di Jordan Bardella, il “piano B” già da tempo in cantiere. Ma il problema non è solo di successione politica: è di credibilità. Un partito che si presenta come alternativa di governo non può fondare la propria legittimità sulla violazione sistematica delle regole democratiche.

Infine, questa vicenda ha un valore anche simbolico. In un’epoca in cui la fiducia nella politica è fragile, e in cui troppi cittadini si sentono abbandonati, la trasparenza e la responsabilità degli eletti sono più che mai necessarie. L’uso improprio di fondi pubblici non è una “questione tecnica”, ma un atto che mina le basi stesse del contratto democratico. Se chi riceve un mandato popolare si arroga il diritto di manipolarlo per interesse personale o partitico, tutto si sgretola.

La giustizia ha fatto il suo corso. E, così facendo, ha fatto un passo importante per la salvaguardia della Repubblica. Spetterà ora ai cittadini — e non solo ai giudici — impedire che l’indegnità morale venga scambiata per martirio politico.