Con la sua prima intervista internazionale concessa al Financial Times, Giorgia Meloni ha scelto con cura il momento e il messaggio. Tornata da Parigi, dove aveva partecipato all’incontro dei “volenterosi” europei sull’Ucraina, la presidente del Consiglio ha colto l’occasione per posizionarsi, ancora una volta, nel cuore di una tensione geopolitica che è anche ideologica: tra l’Europa della governance e l’America del disincanto trumpiano.
Con una lucidità che sorprenderà solo chi si ostina a leggerla come un’epigona del sovranismo impulsivo, Meloni ha dichiarato:
«Sono d’accordo con Vance. L’Europa si è un po’ persa».
Un’Europa che, a suo dire, ha smarrito il senso della realtà, preferendo imporre ideologia anziché ascoltare la società. Parole forti, che riprendono quasi letteralmente le accuse di Donald Trump e dei suoi fedelissimi, e che sembrano indirizzate più a Berlino e Parigi che a Mosca o Pechino.
Ma dietro l’affinità culturale con l’universo conservatore americano si cela una postura strategica più complessa.
Una premier che ascolta Trump, ma non lo segue
Meloni non ha fatto mistero della sua simpatia per Trump. «Sicuramente sono più vicina a lui che a molti altri», ha ammesso con disarmante franchezza. Eppure, nel passaggio più cruciale dell’intervista, ha tracciato un confine netto:
«Non si può chiedere all’Italia di scegliere tra Stati Uniti ed Europa. Sarebbe infantile.»
In queste parole risuona tutta l’ambizione di una leader che, pur rivendicando un’identità politica precisa, non vuole farsi intrappolare nella dicotomia che oggi sta lacerando l’Occidente: da un lato, la linea dura e isolazionista che Trump potrebbe riportare alla Casa Bianca; dall’altro, un’Unione Europea che fatica a ritrovare coesione e centralità.
Meloni cerca di tenere insieme i due mondi. Con un linguaggio prudente ma deciso, invita gli europei a non reagire d’impulso ai dazi annunciati da Trump, riconoscendo – non senza una certa onestà – che il protezionismo americano non è nato con lui, ma affonda le radici anche nell’Inflation Reduction Act di Biden. Un modo per dire che l’America, a prescindere dal presidente, sta cambiando volto, e che l’Europa deve prepararsi a fare altrettanto.
Ucraina, art. 5 e l’ombra lunga della disunità europea
L’altro terreno dove Meloni prova a incidere è quello ucraino. Alla proposta franco-britannica di una “forza di rassicurazione” sul campo, risponde con cautela: rischia di essere letta da Mosca come una provocazione. Propone invece di estendere l’articolo 5 della NATO a Kiev, senza però includerla formalmente nell’Alleanza. Un’idea creativa, ma per ora senza sponde né a Bruxelles né a Washington.
Nel sottotesto c’è però una diagnosi implicita: l’Europa non è pronta, e non è unita. Meglio, allora, restare agganciati all’asse atlantico. Anche a costo di scommettere, con largo anticipo, su una Casa Bianca nuovamente a guida repubblicana.
Né equilibrista né centravanti
«Non sono interessata a dire: “Sono quella al centro, sono una protagonista”», ha detto la premier. Ma nel momento stesso in cui lo afferma, rivendica un ruolo da regista silenzioso, che si muove tra le linee senza esibirsi, ma cercando spazi e occasioni per l’Italia.
Il fatto che Meloni abbia scelto il Financial Times, e non una testata italiana, per questa sortita strategica, è un messaggio anche interno: rivolgersi al cuore della finanza e della diplomazia europea, e farlo da leader “conservatore ma responsabile”, come alternativa ai populismi urlati e all’europeismo sordo.
Il rischio? Essere troppo sola
In questo equilibrio sottile tra Trump e Bruxelles, tra atlantismo e autonomia europea, Meloni rischia di restare senza una vera rete di alleanze. Le sue affinità con Orban e Morawiecki si sono affievolite; Parigi e Berlino la osservano con scetticismo; e Washington – quella attuale – non ha ancora sciolto il gelo su alcuni dossier.
Eppure, la premier italiana sembra aver capito qualcosa che in molti ignorano: la nuova geopolitica non si costruisce più solo con le appartenenze, ma con i posizionamenti intelligenti. E in un mondo che si frammenta, chi riesce a parlare con più voci, a volte, può fare la differenza.