C’è un tempo per fondare, e c’è un tempo per discernere. E c’è, talvolta, anche un tempo per sciogliere. La Chiesa, nella sua lunga storia, ha conosciuto tutti e tre questi momenti. Quello che accade oggi con la soppressione del Sodalicio di Vita Cristiana e delle realtà femminili e associative nate dal carisma (presunto) del suo fondatore, Luis Fernando Figari, è un passaggio storico che segna con forza una verità ecclesiale troppo spesso dimenticata: non ogni fondazione ecclesiastica è per sempre. E, soprattutto, non ogni fondatore è strumento autentico di un carisma divino.
Il decreto firmato dal nuovo prefetto del Dicastero per la Vita Consacrata, suor Simona Brambilla, rappresenta un atto di autorità e di giustizia, ma anche di profonda compassione evangelica per le vittime degli abusi e per quei membri che hanno vissuto in buona fede all’interno di comunità infestate da sistemi di potere e di dominio.
La fine di un inganno spirituale
Non è la prima volta che la Chiesa si trova a dover constatare, con dolore, che un fondatore non era ispirato da Dio, ma da se stesso, o peggio. È accaduto con Marcial Maciel, con Stefano Manelli e ora accade di nuovo con Figari.questa volta si va oltre: si sopprime tutto ciò che da lui è nato, perché – come ha detto Papa Francesco attraverso il suo inviato, mons. Jordi Bertomeu – “non c’era carisma iniziale, Figari non ha ricevuto una grazia speciale”.
Il linguaggio è netto. La misura è estrema, ma necessaria. È una dichiarazione pubblica: la Chiesa riconosce che non ogni opera religiosa, per quanto vestita di liturgie e apostolato, è fondata sulla volontà di Dio. E quando si costruisce sul dominio e sulla menzogna, prima o poi viene il tempo della resa dei conti.
La collaborazione con la Chiesa non è opzionale
Un altro elemento centrale del decreto è la constatazione che il Sodalicio e le realtà collegate non hanno saputo o voluto collaborare pienamente con la Chiesa. Invece di riconoscere i propri errori, alcune realtà hanno preferito minimizzare, resistere, trincerarsi. Alcune – come le Serve del Piano di Dio o la Fraternità Mariana della Riconciliazione – hanno tentato riforme interne, hanno chiesto scusa, hanno denunciato pubblicamente il sistema settario in cui erano cresciute. Ma non è bastato.
Perché quando il male è sistemico, quando l’autorità è malata alle radici, non bastano aggiustamenti cosmetici. Serve una rottura netta, una tabula rasa. E il Papa lo ha capito. Meglio sciogliere tutto, e restituire alla Chiesa ferita il tempo di guarire e rinascere altrove.
Il discernimento è più importante dell’istituzione
La lezione che viene da questo caso è importante anche per altre realtà ecclesiali. Non basta essere riconosciuti dal Pontificio Consiglio per i Laici, come era stato per il Movimento di Vita Cristiana nel 1994. Non basta avere missioni, vocazioni, opere caritative. Se non c’è trasparenza, se non c’è ascolto delle vittime, se non c’è disponibilità a lasciarsi correggere, allora si tradisce la missione stessa della Chiesa.
La vera fedeltà al Vangelo non è istituzionale, ma spirituale. E quando un carisma diventa un sistema autoreferenziale, un potere chiuso, allora cessa di essere carisma e diventa ideologia. E la Chiesa ha il diritto – anzi, il dovere – di fermarlo.
La forza di una donna al timone
Colpisce che questa decisione definitiva sia arrivata con la firma di una religiosa, suor Simona Brambilla, prima donna alla guida del Dicastero per la Vita Consacrata. È un segno dei tempi. La Chiesa di Francesco non teme più di affidare a voci femminili il compito della custodia e del discernimento. E questo gesto di autorità – tutt’altro che morbido – dimostra che la riforma della Chiesa non è solo parole.
Non tutte le fondazioni sono sante
La verità finale è scomoda ma liberante: il fondatore non è il Vangelo. Può essere un canale della grazia, oppure un falso profeta. Il carisma non si presume, si discerne. E quando si rivela contaminato alla radice, non si ha il diritto di conservarlo “perché fa del bene”. È un bene apparente, costruito su un veleno che prima o poi distrugge.
E allora la soppressione non è una vendetta, ma un atto di verità evangelica. Perché è meglio perdere un’istituzione che perdere la fedeltà a Cristo idolatrando un fondatore.