C’è qualcosa di inquietante, quasi paradossale, nel linguaggio con cui oggi l’Europa presenta la sua corsa al riarmo. Si chiama “Readiness 2030”, cioè “prontezza alla guerra entro il 2030”, come se stessimo parlando di un nuovo progetto industriale, di un piano strategico di rilancio tecnologico. È un “libro bianco”, ma trasuda polvere da sparo. È un documento europeo, ma sembra scritto nelle retrovie del Pentagono. E soprattutto: è una dichiarazione d’intenti armati che tradisce lo spirito originario dell’Europa stessa.
Dall’utopia di Ventotene alla distopia della Fortezza Europa
Una volta, l’Europa nasceva dai lager e dalle macerie per dire mai più guerra. Nasceva da un sogno di cooperazione, di fratellanza tra i popoli, di progresso civile e sociale. Oggi, il linguaggio è capovolto. Non si parla di cultura, sanità, istruzione, lotta alla povertà. Si parla di “mobilità militare”, “droni”, “guerra elettronica”, “missili a lungo raggio”. In nome di cosa? Di un’ipotetica minaccia russa entro il 2030. Ma un’Europa che costruisce se stessa sul presupposto del nemico, ha già perso.
Non è una questione di realismo geopolitico. È una questione di scelta morale. Il riarmo non è mai una politica neutra. È una scorciatoia brutale, una resa della politica alle logiche dei fabbricanti d’armi. Quando si parla di 800 miliardi di euro per le spese militari, mentre le scuole cadono a pezzi e gli ospedali chiudono reparti, si sta già facendo guerra alla propria gente.
Le lobby delle armi e l’ipocrisia dell’austerità
Ursula von der Leyen lo ha detto con orgoglio: “Non solo armi, ma infrastrutture militari, artiglieria moderna, guerra elettronica”. E nel frattempo, gli Stati devono tagliare il welfare per rispettare i vincoli di bilancio. È il cortocircuito perfetto: l’austerità sociale per finanziare l’abbondanza bellica. È l’Europa dell’ipercontrollo, della sicurezza come ossessione, del sospetto come nuovo legame politico.
I prestiti da 150 miliardi promessi dall’UE (il piano “SAFE”) servono a oliare la macchina militare, non a garantire ai cittadini pane, cure e dignità. Le guerre, si sa, oggi si annunciano con il linguaggio rassicurante della “prontezza”. Ma sono guerre preventive, ideologiche, alimentate più dal timore di perdere influenza che da reali minacce esistenziali.
Se l’Europa smette di essere un sogno di pace
Alfonso Bruno
per diventare una macchina da guerra,
allora ha smesso di essere Europa.
La pace non è ingenuità, è resistenza attiva
I pacifisti non sono ingenui. Sanno che la Russia è un attore aggressivo. Ma sanno anche che alimentare la logica dello scontro perpetuo è suicida. Sanno che la sicurezza vera non si costruisce con i missili, ma con la diplomazia, la cooperazione economica, la giustizia sociale. E sanno che quando si spostano 800 miliardi verso le armi, si spostano 800 miliardi via dalla vita delle persone.
Il riarmo europeo è anche una guerra psicologica contro la speranza: impone la paura come paradigma, il nemico come giustificazione, la militarizzazione della società come destino ineluttabile.
Il vero nemico è l’ingiustizia, non il popolo dell’Est
Il vero nemico dell’Europa non è la Russia. È la povertà crescente, l’esclusione sociale, l’aumento della precarietà, la solitudine delle periferie urbane e umane. È un mondo in cui si muore di cancro perché si è poveri, in cui si vive peggio dei propri genitori nonostante si studi di più. È questo che disgrega l’Unione. Non i carri armati russi, ma l’indifferenza delle élite verso la quotidiana sofferenza dei popoli.
Una pace giusta è ancora possibile
Serve una “Prontezza alla pace”, non alla guerra. Serve un Libro bianco sulla giustizia sociale, non sul bilancio per la difesa. Serve un’Europa che crede ancora nella parola, nel negoziato, nella diplomazia dal basso, non nella deterrenza come unica grammatica.
I veri europei oggi sono quelli che resistono alla militarizzazione delle coscienze, che rifiutano l’idea che la sicurezza passi per le armi, che difendono i ponti contro chi vuole costruire fortezze.
Oggi, chi si dice pacifista è spesso trattato da visionario. Ma la vera follia è pensare che una società armata sarà una società sicura. La sicurezza senza giustizia è solo paura organizzata.
Se l’Europa smette di essere un sogno di pace per diventare una macchina da guerra, allora ha smesso di essere Europa.
E noi, che ne abbiamo visto nascere la speranza sulle coste di Ventotene, non possiamo che dirlo ad alta voce.