Le parole pronunciate da Filippo Turati nel 1920 risuonano nel presente: educazione, lavoro, solidarietà. C’è ancora un’Italia da rialzare, con visione e coraggio civile.
Nel giugno del 1920, l’Italia era un Paese prostrato dalla guerra, ferito dalla povertà e dal rancore sociale. In quell’aula di Montecitorio, Filippo Turati, riformista colto e profondo, alzava la voce per lanciare un appello che oggi suona come un dovere per tutti: «Rifare l’Italia!».
Non si trattava, per lui, di ricostruire solo ponti o fabbriche, ma di ricucire un tessuto umano, morale, economicolacerato. Turati parlava di energia, industria, scuola, partecipazione. Parlava di un’Italia da rialzare con il lavoro e con la coscienza.
Oggi, a distanza di più di un secolo, abbiamo ancora bisogno di rifare l’Italia. Un’Italia che ha superato la pandemia ma porta ancora le sue cicatrici; un’Italia che parla di futuro, ma troppo spesso si rifugia nel passato; un’Italia ricca di potenzialità, ma povera di coesione.
L’energia nuova dell’Italia
Turati invocava l’elettrificazione. Noi abbiamo bisogno di una transizione giusta, che non lasci indietro i più deboli. Di un’energia rinnovabile che sia anche solidale, che non opponga centro e periferia, città e campagne, giovani e anziani. Un Paese è forte quando non corre da solo, ma cammina insieme.
Educare per trasformare
Turati sapeva che senza istruzione tecnica e umanistica, non c’è progresso duraturo. Anche oggi, senza una scuola viva e inclusiva, l’Italia rischia di diventare una Nazione stanca. C’è bisogno di maestri che accendano cuori, non solo di voti nei test. Di formazione continua per giovani e adulti. Di alleanze educative vere.
Un nuovo patto per il lavoro
Rifare l’Italia significa ridare dignità al lavoro. Non solo salario, ma senso. Non solo diritti individuali, ma responsabilità collettive. Il lavoro va tutelato, umanizzato, reso partecipe del bene comune. C’è bisogno di un’economia non solo performante, ma fraterna, come ci ricorda Papa Francesco.
Politica come servizio
Infine, Turati denunciava l’immobilismo delle classi dirigenti, attente a conservare più che a cambiare. Oggi la tentazione è la stessa. Ma la vera politica — quella che fa bene all’anima di un Paese — è quella che si inchina davanti ai bisogni delle persone, non davanti ai sondaggi.
«Rifare l’Italia oggi significa riscoprirla come comunità.
Non come mercato, non come campo di battaglia ideologica,
ma come casa comune.»
Serve una classe dirigente umile e visionaria, riformista e concreta, capace di ascoltare, includere, ricucire. Servono cittadini partecipi, consapevoli, corresponsabili.
Filippo Turati ci ha lasciato una lezione che non appartiene a un’ideologia, ma alla storia civile del Paese: non si cambia l’Italia con lo scontro, ma con il lavoro paziente della riforma, con la forza mite della cultura, con la speranza che si fa progetto.
E proprio Papa Francesco, nel Discorso ai movimenti popolari, ci ha ricordato:
«La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale,
le piccole sicurezze e le ricompense che restringono l’orizzonte,
per aprirsi a grandi ideali.»
Oggi più che mai, rifare l’Italia significa aver cura della sua anima, non solo della sua economia. Perché c’è ancora un’Italia che aspetta di essere rialzata. E può esserlo solo da chi la ama davvero.