C’è una guerra che dura da un anno, ma che sembra lontana un secolo. Una guerra che fa milioni di sfollati, città rase al suolo, fame, stupri e silenzi. Eppure non infiamma i talk show, non compare nei titoli dei telegiornali, non solleva indignazioni social. Il Sudan brucia — e il mondo scrolla le spalle.
Non c’è Gaza, non c’è Ucraina, non c’è il peso strategico che fa alzare sopracciglia nei ministeri degli esteri. In Sudan, si muore troppo lontano e troppo neri per far notizia. Ma questa guerra, sordida e brutale, è lo specchio perfetto della nostra epoca geopolitica: un conflitto senza vincitori, senza verità e senza vergogna.
Nel deserto, due generali si contendono le ceneri di uno Stato che già da tempo era fragile: Abdel Fattah al-Burhan, capo delle Forze Armate, e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, leader delle Forze di Supporto Rapido. Entrambi ex alleati, ora nemici. Due facce della stessa medaglia impastata di ambizione, clan e crudeltà.
Hemedti, a capo delle milizie che seminano il terrore da Khartoum al Darfur, ha il vento in poppa. Avanza, si prende quartieri, villaggi, rotte commerciali. Intanto Burhan si rintana a Port Sudan, tenta di governare quel che resta del governo, ossia l’illusione di uno Stato centrale.
Ma non c’è nulla da governare. Il Sudan è ormai una mappa sbriciolata, un mosaico di territori dove regna la legge del più forte — o del più armato. I corridoi umanitari non esistono. Gli ospedali sono chiusi, l’economia è in frantumi, oltre 12 milioni di persone sono in fuga da se stesse.
E il mondo? Tace, o al massimo balbetta. I negoziati sponsorizzati dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita, dall’Unione Africana, si sono esauriti in comunicati. Nessun processo di pace in corso, solo contatti informali, sussurri di corridoio, mani che si stringono dietro tende polverose. Intanto il Darfur viene divorato da una nuova ondata di violenze etniche. Intanto la fame cresce. Intanto si muore.
Questa non è una guerra tradizionale, con eserciti in uniforme e mappe strategiche. È una guerra liquida, asimmetrica, tribale e urbana, in cui si combatte casa per casa, con i social media usati come propaganda e i droni come occhi assassini.
Ma soprattutto, è una guerra utile a molti. Alle milizie che si finanziano col traffico d’oro e migranti. Alle potenze regionali che testano i propri protetti. Ai mercanti d’armi. A chi ha interesse che l’Africa non diventi mai padrona di sé stessa.
Il Sudan è stato teatro di una rivoluzione che aveva fatto sperare. Il 2019 aveva portato in piazza giovani, donne, studenti, voci nuove. Avevano cacciato un dittatore, Omar al-Bashir, dopo trent’anni di dominio. Ma la primavera sudanese è stata sbranata dai lupi, tradita dai generali, abbandonata dalla comunità internazionale.
Ora resta solo la cenere. E l’ombra lunga di una domanda che nessuno vuole farsi: quanti altri Sudan devono bruciare prima che ci interessi davvero?
Perché in fondo le guerre dimenticate non sono meno atroci, solo più comode da ignorare. E mentre noi ci affanniamo a distinguere chi ha ragione e chi torto in altri teatri, nel cuore dell’Africa il torto è l’unico sovrano.
Il Sudan non è morto. Sta morendo. Lentamente. In silenzio. E questa, per noi, è la notizia più inaccettabile. Perché non abbiamo più nemmeno la decenza di indignarci.