Viviamo un tempo in cui la medicina ha smesso di essere solo arte del curare: è diventata scienza predittiva, statistica e, ora più che mai, algoritmica. Nella stanza d’ospedale, accanto al medico e al paziente, entra silenziosamente anche l’intelligenza artificiale, con la sua promessa di precisione e la sua aura d’infallibilità. Ma chi decide, davvero, quando la vita merita di essere salvata e quando no?
Non è più solo questione di strumenti. È questione di giudizio. L’IA, addestrata su milioni di dati, è oggi capace di prevedere l’evoluzione di una malattia, di suggerire una terapia, di indicare un rischio percentuale di sopravvivenza. Ma il rischio percentuale può diventare criterio di scelta morale? Può, cioè, un algoritmo suggerire la sospensione delle cure, lo stacco di una macchina, la rinuncia a una speranza?
La bioetica è da sempre il terreno incerto e nobile in cui la scienza si piega alla domanda umana. E oggi quella domanda è più urgente che mai. Chi è il soggetto morale in una scelta sanitaria mediata dalla tecnologia? Chi custodisce l’umanità del paziente fragile quando la macchina sembra avere già “deciso”?
Di fronte all’IA, ci troviamo dinanzi a una sfida paradossale: più i dati sono precisi, più dobbiamo chiederci se siamo ancora liberi. Se l’algoritmo dice che la probabilità di guarigione è dell’1%, abbiamo il diritto (o il dovere?) di continuare a sperare? La medicina basata sui dati è un progresso formidabile, ma diventa regressiva se ci fa dimenticare che ogni persona è un mondo, non un numero.
La vera bioetica del futuro non sarà quella che sa programmare meglio un’intelligenza artificiale, ma quella che saprà dialogare con essa senza cedere la propria coscienza. Non c’è algoritmo che possa sostituire la pietà, né codice che possa misurare l’amore di una madre che dice: “Non smettiamo di crederci.”
In questo bivio delicato tra l’efficienza e la compassione, la tecnologia ci serve. Ma la scelta, la vera scelta, resta nelle mani dell’uomo. E forse è proprio questo che ci salva: non la perfezione della previsione, ma l’imprevedibile dignità della vita.