La diplomazia riprende fiato tra le mura dorate di un hotel di lusso a Riad, ma il sangue continua a scorrere nelle strade di Kiev e nei villaggi del Donbass. La guerra in Ucraina — la più devastante in Europa dal 1945 — si consuma tra bombe, trattative e ambizioni personali. Da una parte, tre morti in un attacco notturno a Kiev, tra cui un bambino di cinque anni. Dall’altra, un presidente degli Stati Uniti che sogna il Nobel per la pace, mentre ostenta ottimismo e rassicura l’opinione pubblica che solo lui può fermare il conflitto.

Non è chiaro se il cessate il fuoco marittimo nel Mar Nero, presentato come “apripista” per una tregua più ampia, sia un passo concreto verso la pace o solo un gesto simbolico carico di ambiguità politica. Quel che è certo è che Donald Trump ha impresso al dossier ucraino la sua solita impronta: personalismo, teatralità, disprezzo per le strategie multilaterali. Il dialogo con Mosca, guidato da figure vicine ai vertici dei servizi russi, avviene escludendo l’Europa dalle trattative e riducendo Kiev al ruolo di comprimario.

Eppure, l’incontro di Riad non è un semplice “evento diplomatico”. È una prova di forza geopolitica. Gli Stati Uniti, sotto la leadership trumpiana, stanno tentando di reimpostare le dinamiche del conflitto su un asse bilaterale Washington-Mosca, ignorando volutamente gli sforzi europei e marginalizzando le iniziative della NATO e dell’UE, bollandole come “pose”.

Ma davvero si può costruire la pace senza tener conto delle sofferenze reali sul terreno, del diritto internazionale e delle responsabilità di chi ha aggredito un paese sovrano? Davvero si può considerare “una persona intelligente” Vladimir Putin, mentre l’Ucraina piange decine di migliaia di morti, bambini deportati e città ridotte in macerie?

Il tentativo di separare il tavolo militare da quello geopolitico — discutendo prima un cessate il fuoco marittimo — può sembrare ragionevole, ma rischia di diventare una strategia di congelamento del conflitto. Non una vera pace, ma una tregua instabile, utile a Mosca per riorganizzarsi e a Trump per presentarsi, in campagna elettorale, come l’uomo del “miracolo diplomatico”. Intanto, le vittime continuano a salire, le infrastrutture ucraine vengono sistematicamente colpite, e le richieste di Zelensky per maggiori difese aeree restano inascoltate.

In questo scenario, colpisce il silenzio o l’irrilevanza dell’Europa. Francia e Regno Unito sono stati messi da parte. L’Unione Europea è spettatrice. Eppure, è l’Europa il teatro della guerra, è l’Europa che subirà le conseguenze di qualsiasi accordo mal fatto o affrettato, è l’Europa che ha un debito morale e strategico verso il popolo ucraino.

Trump vuole vincere il Nobel, ma la vera pace non si misura con i premi. Si misura con la giustizia, con la libertà, con la sicurezza delle popolazioni civili. E la pace, se non è equa, è solo una resa mascherata. Se negoziare significa ignorare i crimini commessi, trascurare la volontà di chi è stato invaso, e legittimare l’espansionismo con una stretta di mano, allora la pace sarà solo una pausa tra due guerre.

Nessuno dubita della necessità di fermare il massacro. Ma una pace imposta, condotta sopra le teste degli europei e degli ucraini, sarà un boomerang geopolitico. Lasciare la gestione del conflitto a una logica americana unilaterale, dove tutto ruota intorno all’immagine di un leader in cerca di consacrazione, è un azzardo pericoloso.

Il Mar Nero non è solo un mare: è oggi lo specchio della crisi morale e strategica dell’Occidente. Se l’Europa vuole restare protagonista, deve farsi sentire ora. Prima che la pace venga firmata con l’inchiostro dell’ingiustizia.