“Gli europei sono dei parassiti.” Parola di Donald Trump. Una frase che scuote e offende, ma che non sorprende. Perché nel cuore della destra trumpiana, sempre più radicale, cova da tempo un disprezzo verso l’Europa, che oggi emerge senza più filtri. Nella chat privata della piattaforma Signal – pubblicata per errore grazie a un’intromissione fortuita del direttore dell’Atlantic – il vicepresidente Vance e il segretario alla Difesa Hegseth non si limitano all’irritazione: parlano di “odio”, “disgusto”, “patetismo”. Trump, da par suo, rincara: “Condivido tutto”.

Ma siamo sicuri che siano stati gli europei a “succhiare il sangue” all’America, come dicono? O forse – storicamente parlando – la relazione è stata ben più reciproca, se non addirittura a senso inverso?

Il parassitismo della memoria corta

È utile ricordare che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno sì aiutato l’Europa con il Piano Marshall, ma non per carità cristiana. Dietro la generosità apparente si celava un calcolo geopolitico preciso: contenere l’espansione sovietica e assicurarsi un blocco occidentale fedele, economicamente interdipendente e politicamente subordinato. La Guerra Fredda ha trasformato l’Europa occidentale in un gigantesco avamposto militare americano: basi NATO ovunque, sistemi radar, installazioni nucleari, servizi d’intelligence, logistica. Il continente è diventato il teatro preferito per la strategia del contenimento.

Parassitismo? No, semmai colonizzazione strategica.

Soft power: jeans, Coca-Cola e Hollywood

E poi c’è il soft power. L’Europa, nel dopoguerra, ha importato – oltre ai dollari – anche il “sogno americano”: i film di Hollywood, le serie TV, la musica pop, i fast food, le sneakers, i jeans e soprattutto la Coca-Cola. L’american way of life è penetrato nel quotidiano europeo come standard di successo, bellezza e felicità. Le giovani generazioni sono cresciute sotto la stella a strisce, spesso rinunciando a proprie radici culturali in nome dell’efficienza e dell’individualismo made in USA. L’Europa ha comprato, desiderato, imitato. Ma non ha mai chiesto in cambio di essere insultata.

Una relazione disfunzionale

Certo, l’Europa ha beneficiato della protezione statunitense, soprattutto in termini militari. Ma parlare di “gratuità” è falso: le basi americane in Europa servono anche (e soprattutto) agli interessi americani. L’intervento in Kosovo, la guerra in Afghanistan, la lotta al terrorismo, il contenimento dell’Iran e ora il confronto con la Russia: tutto ciò ha visto l’Europa partner, se non protagonista. E spesso pagando un prezzo politico ed economico, come accaduto con le sanzioni alla Russia, i rincari energetici e la dipendenza da forniture americane.

Il vero parassitismo, semmai, è quello che chiede obbedienza politica in cambio di promesse di sicurezza. Ed è paradossale che chi si dichiara ostile a ogni globalismo pretenda che l’Europa resti ancorata al gendarme d’oltreoceano, ma senza poter dire la sua.

Il grande equivoco: protezione o subordinazione?

Quando Trump e i suoi sodali parlano di “dover salvare di nuovo l’Europa”, usano un linguaggio paternalista, che tradisce l’idea che l’Europa sia un continente fragile, inutile, incapace di difendersi da solo. Ma è proprio questa narrazione a servire agli USA per continuare a esercitare la propria influenza.

I veri “parassiti” sono quelli che, da decenni, installano basi, impongono regole commerciali, vendono armamenti e colonizzano le coscienze. E lo fanno mascherandosi da salvatori.

Un’Europa che non si inginocchia

Il caso delle rotte marittime in Medio Oriente è emblematico: l’Italia e altri Paesi europei sono già attivi, con mezzi propri, nella difesa dei propri mercantili. Ma non basta: l’Europa deve trovare il coraggio di uscire dal complesso di inferiorità che l’ha condizionata per troppo tempo. Non per erigere muri nazionalisti o inseguire la retorica del sovranismo, ma per recuperare una voce autonoma nel mondo.

L’insulto di Trump e dei suoi generali in giacca e cravatta non deve indignare: deve risvegliare. L’Europa, se davvero vuole contare, deve smettere di essere cliente e tornare ad essere potenza. Non militare, ma culturale, politica, solidale. E soprattutto: non più disposta ad accettare lezioni da chi l’ha usata e ora la disprezza.