Mentre gli Stati Uniti alzano muri doganali, l’Europa inizia a guardare verso Oriente. E non per vocazione ideologica, ma per mera sopravvivenza economica.
Il ritorno di Donald Trump nel panorama internazionale con la minaccia – sempre più concreta – di una guerra dei dazi contro l’Europa segna una svolta tanto simbolica quanto strategica. I dazi che colpirebbero auto, acciaio, farmaci e altri settori chiave non sono solo un gesto di politica commerciale, ma un messaggio politico: l’Europa non è più alleata, ma concorrente.
La retorica trumpiana che accusa gli europei di essere “parassiti” è solo il tassello più rumoroso di una tendenza che affonda le radici già nel suo primo mandato: una sistematica demolizione della cooperazione transatlantica a favore di un nazionalismo economico che guarda solo all’interesse immediato, e spesso distorto, degli Stati Uniti.
Ma il vero paradosso è che nel tentativo di punire gli alleati storici, Trump sta facendo un favore gigantesco alla Cina.
Quando Trump isola l’Europa, Xi Jinping apre le porte
Con un’America chiusa in se stessa e ostile, l’Europa è costretta a cercare nuovi equilibri. E Pechino si presenta sempre più come un partner disposto a trattare, investire, negoziare.
La Cina non è certo un attore neutrale o disinteressato, ma sta giocando le sue carte con abilità: accetta di ridiscutere alcuni aspetti commerciali con l’Europa, investe nelle infrastrutture del continente (dai porti greci ai treni ad alta velocità), propone accordi “win-win” nei mercati emergenti.
L’Europa, che si ritrova bersaglio delle sanzioni americane senza godere dei benefici di un vero partenariato, si trova così spinta tra le braccia del Dragone. Un processo che potrebbe accelerare se Trump dovesse davvero implementare nuove misure punitive nei confronti dei Paesi UE.
La Cina non è più solo “la fabbrica del mondo”
L’economia cinese non è più solo un’enorme macchina manifatturiera. È una potenza tecnologica, diplomatica e finanziaria. Offre accordi di libero scambio, collabora in progetti green, investe nei paesi in via di sviluppo e si propone come garante della stabilità nei mercati globali, mentre gli USA appaiono sempre più imprevedibili.
Se Trump colpisce gli alleati, mentre la Cina offre dialogo e investimenti, l’equazione è semplice: l’Europa non può più restare fedele a un’America che la tratta da nemico.
Un’alleanza che traballa: chi ha bisogno di chi?
La vecchia narrativa atlantica si basava su valori comuni e interessi condivisi. Ma oggi, mentre Washington minaccia dazi e insulta i suoi partner, l’UE si interroga: perché dovremmo restare fedeli a chi ci penalizza?
L’ironia storica è che, nel tentativo di indebolire la Cina, Trump sta ottenendo l’effetto opposto. Isolando l’Europa, costringendola a rinegoziare la propria sopravvivenza economica, sta creando le condizioni per un asse euro-asiatico che fino a qualche anno fa sembrava impensabile.
E se l’Europa sceglierà – anche solo tatticamente – di aprire un nuovo capitolo con Pechino, non sarà per ideologia, ma per necessità. Quando un alleato ti chiude la porta in faccia, la geopolitica ti insegna a bussare altrove.
L’America prima… della Cina?
Il protezionismo trumpiano, travestito da patriottismo, rischia di produrre un nuovo ordine mondiale dove gli USA sono più isolati, la Cina più influente, e l’Europa più autonoma.
Una cosa è certa: se Donald Trump continuerà a trattare l’Europa come una minaccia anziché un partner, sarà ricordato come il presidente che ha avvicinato Bruxelles a Pechino. Altro che “America First”. Così facendo, sarà la Cina a ridere per ultima.