Nel silenzio ovattato della primavera americana, è caduta una notizia che dovrebbe scuotere le fondamenta della democrazia: Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per smantellare il Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti, spostando i suoi poteri fondamentali ad altri enti governativi e cercando, di fatto, di eliminarne l’esistenza istituzionale. È un gesto senza precedenti nella storia moderna americana. Un gesto che va ben oltre la burocrazia: è un colpo di mano contro l’idea stessa di educazione pubblica come diritto universale e come bene comune.
Il Dipartimento dell’Istruzione, nato nel 1979 per garantire equità e accesso al sapere, ha il compito cruciale di distribuire fondi federali, proteggere i diritti civili degli studenti, gestire i prestiti universitari e monitorare la qualità dell’istruzione. Non è un orpello statale, ma un pilastro della democrazia americana. Tentare di dissolverlo, senza passare dal Congresso — come richiede la legge — è un’azione di straordinaria gravità politica e istituzionale.
Trump afferma che intende “riportare l’istruzione nelle mani degli Stati” e “salvaguardare le funzioni essenziali”. Ma la realtà è ben diversa. La sua visione è chiara da tempo: sottrarre al pubblico ciò che può essere trasformato in profitto privato, abbattere ogni forma di garanzia statale per favorire il libero mercato dell’istruzione, in cui chi può paga, e chi non può resta indietro. È una filosofia neoliberista estrema travestita da populismo. Ed è pericolosa.
La decisione ha scatenato una reazione legale immediata. La Federazione Americana degli Insegnanti, l’American Association of University Professors e alcuni distretti scolastici hanno portato l’amministrazione in tribunale, denunciando l’illegittimità del provvedimento. E hanno fatto bene. Perché l’istruzione è un diritto, non un’opzione politica.
Dietro la retorica di “snellire lo Stato” si cela un attacco sistemico ai più deboli: studenti con disabilità, famiglie a basso reddito, ragazzi delle periferie e delle minoranze etniche, che dipendono dai programmi federali per accedere all’istruzione, al cibo nelle scuole, agli strumenti compensativi. Privare questi studenti del sostegno del Dipartimento dell’Istruzione significa abbandonarli.
La mossa di Trump, inoltre, è un segnale inquietante sul piano simbolico e culturale: un paese che smantella il suo sistema educativo centrale è un paese che rinuncia alla propria coesione, alla propria crescita, alla propria memoria condivisa. È una nazione che smette di investire sul pensiero critico e sull’autonomia dei cittadini per alimentare l’obbedienza, il conformismo e la subordinazione.
Questa offensiva contro l’istruzione è l’ennesimo tassello di un disegno autoritario più ampio. Mentre Trump promette ordine e prosperità, sta destrutturando le istituzioni che garantiscono diritti, controlli e libertà. E l’istruzione, per chi sogna un potere assoluto, è la più temuta delle armi. Perché educare significa formare coscienze libere, e non servitori silenziosi.
Ci si potrebbe domandare: cosa resta, se cade anche il diritto all’istruzione pubblica? Restano le disuguaglianze, rese permanenti. Restano le élite ben istruite e le masse impoverite e ignorate. Restano le università d’élite per pochi e scuole abbandonate per molti. Resta una società fratturata, impaurita, disinformata — e dunque, facilmente manipolabile.
È per questo che la battaglia legale in corso nel Massachusetts non riguarda solo gli insegnanti, gli studenti o i distretti scolastici. Riguarda tutti noi. Riguarda l’idea stessa di democrazia come spazio di accesso equo al sapere. E se oggi si può cercare di smantellare un dipartimento federale con un ordine esecutivo, domani si potrà mettere in discussione qualsiasi diritto acquisito, se solo risulterà scomodo al potere.
L’istruzione non è un’appendice. È la spina dorsale della libertà. Chi la minaccia, minaccia la libertà stessa. E ogni cittadino consapevole, al di là delle ideologie, ha il dovere di difenderla.