Mentre la guerra in Ucraina entra nel suo quarto anno, ci sono numeri che fanno più paura delle bombe: quelli che non si conoscono. Le cifre delle vittime — militari e civili — restano sfocate, contraddittorie, manipolate. Domenica, Donald Trump ha dichiarato che un milione di soldati russi e 700.000 ucraini sono stati uccisi. È un dato senza fondamento, una cifra che sfida tutte le stime ufficiali, un numero lanciato in pasto all’opinione pubblica per fini che poco hanno a che vedere con la pietà o con la verità.

Al di là della veridicità del numero, quella dichiarazione solleva una domanda più profonda, e più inquietante: quanto vale una vita umana in tempo di guerra, quando persino il dolore viene usato come arma politica?

I governi — russi, ucraini, americani — dosano le informazioni sulle vittime con lo stesso rigore strategico con cui dosano gli arsenali. L’Ucraina ha ammesso, con difficoltà, la morte di circa 43.000 soldati. Le stime indipendenti parlano di almeno 70.000-80.000. La Russia, nel più puro stile sovietico, tace: ha confessato 6.000 morti nel 2022, e da allora nulla più. Ma indagini giornalistiche serie, da BBC Russia a Mediazona, stimano tra 150.000 e 200.000 decessi. Numeri spaventosi, che aumentano ogni giorno mentre i cittadini — da entrambe le parti — piangono in silenzio, amputano corpi, ricostruiscono vite spezzate.

Eppure, nella nebbia della disinformazione, tutto rischia di diventare indistinto. Le morti civili si sommano a quelle militari, e i bombardamenti su Mariupol o Kharkiv si sovrappongono a quelli su Kursk o Belgorod. I bambini che perdono la casa o le gambe non parlano né ucraino né russo. Parlano la lingua universale dell’orrore. Eppure, restano invisibili. Ridotti a pedine nel discorso pubblico.

Il numero di morti è diventato una cifra da giocare nelle conferenze stampa, nei talk-show, nei social network. Non un lutto da elaborare, non una responsabilità collettiva da assumere. Trump, con la sua cifra apocalittica, ha forse voluto mostrare compassione — “Il tuo popolo sta morendo”, ha detto a Zelensky — ma il tono e il contesto fanno pensare piuttosto a una strategia di delegittimazione e cinismo, volta a giustificare un disimpegno americano o a spingere per una pace imposta.

Ma una pace costruita sull’imposizione e sulla menzogna è solo una tregua armata. E ogni falsificazione dei dati, ogni manipolazione della verità, allontana il giorno in cui l’umanità potrà davvero piangere i suoi morti con onore.

Dalla carneficina emergono altre verità dimenticate: ci sono decine di migliaia di amputati, invalidi, orfani, vedove. Ci sono città che sono diventate cimiteri. Ci sono sogni di futuro spazzati via dalla logica militare e dal fanatismo ideologico. Eppure, a Mosca come a Washington, ci si preoccupa ancora di contare i “punti” del conflitto, come se fosse una partita a scacchi geopolitici.

La verità è che nessuno vince davvero. Né l’Ucraina, che continua a pagare il prezzo più alto. Né la Russia, che si logora in una guerra insensata. Né l’Occidente, che rischia l’ipocrisia ogni volta che tace di fronte alle atrocità. La guerra in Ucraina è il più grande scandalo morale del nostro tempo, e non per il numero delle vittime, ma per il modo in cui il mondo sembra aver imparato a conviverci.

Oggi non serve un nuovo conteggio. Serve uno scatto di coscienza collettiva. Serve che i leader smettano di usare le vittime come argomento da campagna elettorale o da propaganda. Serve che l’Europa e le potenze globali capiscano che la vera vittoria non è nei territori riconquistati, ma nelle vite salvate.

Se un milione o 100.000 soldati sono davvero morti, cambia solo l’aritmetica. Ma se smettiamo di indignarci, è allora che l’umanità muore davvero.