I colloqui tenuti a Riyadh tra Stati Uniti e Russia avrebbero potuto essere un passo concreto verso la fine di una guerra che, da più di due anni, lacera l’Europa e destabilizza l’intero ordine globale. Ma ciò che ne è emerso somiglia più a un teatrino diplomatico che a un’autentica volontà di costruire la pace. Dodici ore di discussione, nessun progresso sostanziale, atmosfere “buone” – come se il tono cordiale potesse compensare il nulla politico prodotto.
Grigory Karasin, negoziatore russo ed ex diplomatico, ha commentato con un realismo freddo: «nessuna svolta radicale». Tradotto: lo status quo conviene ancora a qualcuno. E quel qualcuno non è l’Ucraina. Le proposte statunitensi – definite “inaccettabili” da Mosca – probabilmente hanno toccato nervi scoperti: sanzioni, SWIFT, controllo del Mar Nero. La risposta russa? Una linea dura mascherata da diplomazia: apertura al dialogo, ma solo se accompagnata dallo smantellamento delle misure occidentali e dalla concessione tacita che la Russia possa continuare a guadagnare terreno, mentre si discute.
Ecco l’ambiguità che più colpisce: la Casa Bianca parla di un cessate il fuoco nel Mar Nero, ma il Cremlino impone condizioni che sanno di ricatto geopolitico. Putin, da parte sua, rincara la dose: l’Ucraina potrebbe finire sotto un’“amministrazione temporanea” ONU. Un’idea che, nella migliore delle ipotesi, sa di protettorato neocoloniale e, nella peggiore, di resa mascherata. È un linguaggio che rievoca gli errori del passato: le zone cuscinetto, i governi provvisori imposti, le sfere d’influenza che hanno acceso i fuochi della guerra fredda e poi quelli ancora più caldi in Jugoslavia, Iraq, Libia.
In questo scenario, i negoziati rischiano di diventare l’ennesimo strumento tattico. La Russia li usa per legittimare le sue richieste e alleggerire l’isolamento economico. Gli Stati Uniti, nel frattempo, cercano di contenere il conflitto in un anno elettorale e di evitare un’escalation che coinvolga la NATO. E l’Europa? Ancora una volta spettatrice, incapace di proporre un’iniziativa autonoma e significativa.
L’incontro di Riyadh ci dice che nessuno, oggi, è davvero pronto per la pace. E ciò che resta sul campo è l’Ucraina, sempre più sola, sempre più vittima di equilibri precari e di una diplomazia che ha smarrito il suo fine più nobile: quello di prevenire il crollo dell’umanità sotto il peso dei carri armati.
Continuare così, con negoziati interlocutori e proposte condizionate, significa soltanto prolungare una guerra logorante fino al 2026 – e forse oltre. E forse è proprio questo, oggi, il vero volto della politica internazionale: non quello della giustizia, ma quello del calcolo. Una pace rimandata è una guerra decisa.
Altro che in un 24 ore Trump risolveva tutto…