L’attacco di Hebron, la chiusura dei territori e l’arresto del predicatore di Al-Aqsa: Netanyahu e l’estrema destra trasformano la nuova escalation nell’occasione per rilanciare il progetto di smantellare l’Autorità palestinese.

Ci sono governi che davanti a una sparatoria cercano i responsabili. E ci sono governi nei quali qualcuno ha già pronto il programma da imporre a un’intera popolazione. In Cisgiordania, il passaggio dai colpi d’arma da fuoco alla richiesta di una vasta operazione militare è stato rapidissimo. A Hebron si combatte; a Gerusalemme i falchi indicano già l’obiettivo politico: smantellare l’Autorità palestinese. La distanza fra i due fatti misura quanto l’emergenza possa diventare un’occasione.

La mattina del 23 ottobre, due palestinesi armati sono stati uccisi dai militari israeliani nei pressi di Hebron. L’esercito sostiene di avere sventato un attacco contro civili. Le prime ricostruzioni parlano di almeno cinque feriti. Benjamin Netanyahu ha ordinato la chiusura immediata della città e i preparativi per un blocco dell’intera Cisgiordania occupata. Una decisione che arriva a pochi giorni dalle elezioni israeliane, mentre la sicurezza domina la contesa politica.

Nel flusso di aggiornamenti di Al Jazeera compare successivamente anche la notizia di un soldato israeliano morto, attribuita al Canale 14. È una cronaca ancora in movimento, con bilanci che cambiano. Molto meno incerto è il linguaggio di chi vuole stabilire, prima ancora che il quadro sia completo, quale debba essere la risposta.

Bezalel Smotrich invoca un’operazione militare complessiva e lo smantellamento dell’Autorità palestinese. Itamar Ben-Gvir ripropone lo spettro di un nuovo 7 ottobre e chiede anch’egli di eliminarne le strutture. Hamas ha rivendicato l’attacco: ma nel mirino politico dei ministri finisce anche l’organismo palestinese rivale di Hamas. È qui che la risposta alla sparatoria rivela un’ambizione assai più vasta.

Il pretesto sta in questo salto: usare un episodio armato per legittimare un progetto che investe il futuro di un intero popolo. Non occorre immaginare retroscena. Bastano le richieste pubbliche dei ministri. Perseguire gli autori di un attacco e cancellare un interlocutore politico sono operazioni profondamente diverse. La seconda modifica gli equilibri del territorio, restringe ulteriormente lo spazio di un’autonomia palestinese e offre ai sostenitori dell’annessione un orizzonte più vicino.

La paura rende quel salto più facile. Il richiamo al 7 ottobre evoca una ferita autentica nella società israeliana; proprio per questo possiede una forza politica enorme. Nelle dichiarazioni dei falchi, quella memoria diventa l’argomento con cui anticipare ogni obiezione: bisogna colpire adesso, allargare adesso, chiudere adesso. Il futuro viene descritto come una catastrofe inevitabile, e il governo si presenta come l’unica autorità capace di scongiurarla.

A contestare questo meccanismo è anche una voce israeliana. Yariv Oppenheimer, già direttore di Peace Now, dice ad Al Jazeera di aspettarsi che Netanyahu e il suo gabinetto approfittino dell’attacco per alimentare la propaganda della fermezza. Prevede demolizioni, coprifuoco, altri arresti e il rischio di rappresaglie dei coloni. Le sue parole descrivono un pericolo preciso: che ogni nuova violenza diventi il lasciapassare per aggravare le condizioni dalle quali altra violenza potrà nascere.

Intanto, dietro l’espressione amministrativa «blocco completo», ci sono persone che devono attraversare una strada, raggiungere un ospedale, andare a scuola, lavorare. Un cancello chiuso non interroga chi gli sta davanti. Ferma il sospetto e il contadino, il lavoratore e il malato. Trasferisce sulla vita quotidiana di una popolazione le conseguenze di un fatto del quale quella popolazione non può essere considerata indistintamente responsabile.

Nel testo di Al Jazeera, Mustafa Barghouti denuncia proprio questo soffocamento: comunità isolate, attività economiche impedite, difficoltà nell’accesso alle cure, agricoltori separati dai propri ulivi. È la concretezza della Cisgiordania, che scompare quando la si racconta soltanto come una carta militare. Gli ulivi hanno bisogno di essere raccolti anche durante una crisi di governo. I malati hanno bisogno di muoversi anche durante una campagna elettorale.

Nelle stesse ore arriva da Gerusalemme un’altra notizia. Secondo l’ufficio stampa del governatore, citato da Al Jazeera, le forze israeliane hanno arrestato lo sceicco Khaled Abu Jumaa, predicatore della moschea di Al-Aqsa, dopo il sermone e la preghiera del venerdì. Il resoconto fornito non indica le contestazioni a suo carico e non stabilisce un collegamento con l’attacco di Hebron. L’arresto va raccontato per ciò che risulta, senza attribuirgli motivazioni che la fonte non documenta.

sceicco khaled abu jumaa

Ma la sua risonanza supera inevitabilmente la singola vicenda. Al-Aqsa è un luogo nel quale fede, appartenenza e conflitto si toccano. L’arresto di un predicatore dopo la preghiera, dentro una giornata di chiusure e minacce di nuove operazioni, rischia di accrescere la percezione che nessuno spazio della vita palestinese sia al riparo dalla pressione militare. Anche per questo servono ragioni esplicite e responsabilità individuali accertabili: il carattere religioso di un luogo non cancella la legge, ma rende ancora più grave l’uso opaco della forza.

Per chi guarda questa terra con coscienza cristiana, la domanda riguarda anzitutto le persone. La vita di un israeliano non vale meno perché il suo governo pratica una politica ingiusta. La vita di un palestinese non vale meno perché Hamas rivendica un attacco. Questa uguaglianza elementare dovrebbe orientare ogni scelta; viene invece continuamente sacrificata alla convenienza delle appartenenze.

Netanyahu e i suoi alleati possono ottenere dall’escalation un vantaggio immediato: occupare la scena, promettere fermezza, spostare il confronto sul terreno della paura. Il prezzo, però, lo pagheranno anche coloro ai quali promettono sicurezza. Perché un territorio privato di prospettive politiche non diventa pacifico per decreto, e un popolo immobilizzato non smette per questo di chiedere un futuro.

A Hebron si contano ancora le vittime e i feriti. I falchi hanno già cominciato a contare le opportunità.