Dopo le violenze del 17 e 18 ottobre, la Chiesa francese condanna saccheggi e aggressioni e invita a diventare operatori di pace. La sfida è proteggere le persone e ascoltare il disagio, senza consegnare il Paese alla contrapposizione permanente.

Quando brucia un municipio, non brucia soltanto un edificio. Viene colpita l’idea che esista ancora una casa comune, un luogo nel quale anche chi dissente possa riconoscere qualcosa di proprio. Le immagini delle devastazioni in Francia interrogano per questo ben oltre il problema, urgentissimo, dell’ordine pubblico. Che cosa accade a una società quando una parte della sua rabbia si rivolge contro gli spazi, i servizi e le persone che compongono la vita quotidiana di tutti?

I vescovi francesi hanno risposto alle violenze del 17 e 18 ottobre con una condanna esplicita. Nel comunicato del 19 ottobre hanno espresso solidarietà agli agenti feriti, ai commercianti colpiti dai saccheggi e a quanti hanno subito aggressioni e danneggiamenti. Hanno anche richiamato la necessità di interrogarsi sulle radici della crisi, invitando a interrompere la spirale della violenza.

È una posizione che tiene insieme due responsabilità spesso separate nel dibattito pubblico: fermare chi distrugge e comprendere come si sia arrivati a questo punto. La prima non può aspettare la conclusione di un’analisi sociale; la seconda non diventa superflua quando le strade tornano tranquille.

Un negoziante davanti alla propria attività devastata non è una rappresentazione del capitalismo contro cui esercitare una vendetta simbolica. È una persona che può aver perso anni di lavoro. Un agente ferito non è un’astrazione chiamata “repressione”. È un uomo o una donna incaricati di un servizio pubblico. Una scuola danneggiata sottrae opportunità proprio ai giovani nel nome dei quali qualcuno pretende di protestare.

La violenza compie questa prima falsificazione: cancella le persone e le sostituisce con bersagli.

Il cardinale Jean-Marc Aveline, intervenendo il 18 ottobre sui disordini a Marsiglia, ha denunciato le devastazioni e chiesto di non lasciarsi trascinare dalla loro logica. A Lione, l’arcivescovo Olivier de Germay ha ricordato fra le vittime anche coloro che volevano manifestare pacificamente. È un passaggio decisivo: i saccheggi feriscono pure il diritto di protesta, perché oscurano le ragioni di chi scende in piazza senza voler fare del male.

La protesta contro il costo della vita e le difficoltà dei servizi pubblici non diventa illegittima perché qualcuno la trasforma in occasione di scontro. Ma chi ricorre alla distruzione non può appropriarsi delle ragioni di tutti gli altri. Distinguere queste realtà è un dovere politico: serve a perseguire le responsabilità senza criminalizzare il dissenso.

Nelle ore della paura, invece, la distinzione è la prima cosa che rischia di scomparire. C’è chi cerca nel disagio una spiegazione capace di attenuare ogni colpa e chi trova nei disordini l’occasione per non ascoltare più alcuna domanda. Entrambe le scorciatoie abbandonano le persone reali: le vittime delle aggressioni da una parte, quelle di problemi sociali irrisolti dall’altra.

La frase “nulla giustifica la violenza” può essere pronunciata con piena convinzione. Da essa non discende che sia inutile cercarne le cause. Spiegare significa individuare responsabilità, condizioni, fallimenti, dinamiche di imitazione e organizzazione. È ciò che permette di prevenire. Una società che rinuncia a capire si condanna a reagire, ogni volta, soltanto dopo.

Anche lo Stato deve dimostrare la propria forza attraverso questa capacità di distinguere. Proteggere cittadini e beni, individuare gli autori dei reati e far rispettare la legge sono compiti indispensabili. Esercitarli con proporzionalità e responsabilità rafforza la legittimità delle istituzioni. La sicurezza diventa più solida quando chi non ha commesso violenze può riconoscere nella risposta pubblica una protezione, anche se contesta il governo.

L’appello dei vescovi a diventare operatori di pace si colloca precisamente in questo spazio difficile. Non chiede una generica moderazione dei toni mentre tutto rimane uguale. Domanda comportamenti: impedire un’aggressione, rifiutare l’incitamento, aiutare chi ha subito danni, aprire luoghi di confronto, rendere udibili richieste che il frastuono degli scontri ha coperto.

La pace civile ha bisogno di persone che facciano questo lavoro anche quando non produce visibilità. Insegnanti, educatori, associazioni, parrocchie, amministratori e famiglie possono ricostruire relazioni che nessun dispositivo di sicurezza, da solo, è in grado di sostituire. La loro presenza non elimina la necessità della legge; rende meno probabile che tutto debba essere affidato alla sua forza coercitiva.

Nel testo proposto, il richiamo di Jérôme Chapuis alla recente visita di Leone XIV offre una chiave ulteriore. Libertà, uguaglianza e fraternità non possono restare una scritta sulle facciate dei palazzi pubblici. Devono diventare esperienza riconoscibile, soprattutto per chi fatica a trovare il proprio posto nella società.

La fraternità è forse il termine più esigente dei tre. La libertà permette di esprimere una posizione; l’uguaglianza domanda che nessuno venga escluso dai diritti. La fraternità obbliga a chiedersi che cosa accada all’altro, anche quando appartiene al gruppo che si considera avversario. Impedisce di gioire per la sua paura, di giustificarne l’umiliazione, di trattarne la sofferenza come un vantaggio politico.

Per una Chiesa che vive nella Francia laica, questa può essere una testimonianza pubblica concreta. Non rivendicare privilegi, ma contribuire a custodire il legame fra persone diverse. Non sostituirsi alle istituzioni, ma ricordare che nessuna istituzione regge a lungo se il prossimo diventa soltanto un concorrente, un sospetto o un nemico.

Le ferite di questi giorni chiedono giustizia e riparazione. Chiedono anche che la discussione sulle responsabilità non venga trasformata in una gara a esasperare la paura. Chi cerca consenso alimentando la divisione dovrebbe domandarsi quale Paese speri poi di governare.

Le vetrine possono essere sostituite, gli edifici restaurati. La fiducia richiede più tempo, perché dipende da gesti ripetuti e promesse mantenute. I vescovi francesi richiamano a questo lavoro paziente: proteggere ciò che è stato colpito e ricostruire la possibilità di riconoscersi parte della stessa comunità.

La fraternità comincia quando, davanti alle rovine, smettiamo di chiederci soltanto chi abbia vinto lo scontro e cominciamo a domandarci chi sia rimasto solo.