Le proteste dei liceali portano alla luce una frattura educativa e sociale. Tra violenze, strumentalizzazioni politiche e retorica identitaria, gli adulti rischiano di perdere di vista la propria responsabilità verso i giovani.

Chiedono insegnanti, classi meno affollate, edifici dignitosi. Ricevono promesse, contendenti politici pronti a rappresentarli e, nelle piazze dove esplodono gli scontri, anche lacrimogeni. Dall’altra parte dell’Atlantico arriva una spiegazione che pretende di chiudere ogni discussione: sarebbe colpa dell’Islam. Ma il disagio dei liceali francesi pone una domanda molto più scomoda per chi governa: quale futuro può promettere una società che fatica a prendersi cura delle proprie scuole?

Una scuola è una promessa fatta dagli adulti a chi viene dopo. Dice a un ragazzo che la sua origine non deve decidere tutto, che il quartiere in cui nasce non esaurisce le sue possibilità, che qualcuno considera il suo tempo abbastanza prezioso da affidarlo a insegnanti preparati e a luoghi dignitosi. Quando questa promessa perde credibilità, il malcontento riguarda qualcosa di più profondo di un orario o di una supplenza: riguarda la fiducia nella società alla quale si viene invitati ad appartenere.

La mobilitazione francese del 6 ottobre, con studenti, genitori e docenti nelle strade, nasce da rivendicazioni riconoscibili: risorse per l’istruzione, personale, condizioni degli edifici, contrasto alle diseguaglianze. Le manifestazioni hanno avuto caratteri diversi, con cortei pacifici e scontri in alcune città. Confondere queste realtà significa rendere incomprensibile ciò che sta accadendo.

Donald Trump ha invece ricondotto la protesta all’immigrazione e all’Islam, attribuendo a quest’ultimo un progetto di conquista della Francia. La dichiarazione sposta il discorso dalle richieste scolastiche all’identità religiosa di una parte della popolazione. Non offre elementi che dimostrino il nesso generale che sostiene; propone una chiave ideologica capace di assorbire ogni fatto dentro una spiegazione già pronta.

Il vantaggio politico di questa operazione è evidente: un docente che manca richiede una decisione amministrativa, un edificio degradato richiede un investimento, una diseguaglianza educativa richiede anni di lavoro. Un nemico collettivo permette invece una risposta immediata, emotiva, facilmente ripetibile. Si può discutere all’infinito della presunta minaccia senza rispondere alla domanda iniziale degli studenti.

Occorre anche guardare senza indulgenza agli episodi più inquietanti. La cronaca di Anais Ginori riferisce di un’indagine preliminare per apologia del terrorismo dopo la diffusione di un video girato durante il blocco di un liceo vicino a Orléans, con un brano contenente riferimenti a terroristi jihadisti. È una vicenda da accertare seriamente. L’esaltazione di chi ha assassinato innocenti non diventa accettabile perché espressa da adolescenti o accompagnata dalla musica. Proprio la gravità di simili episodi impone di individuare condotte e responsabilità precise, senza estenderle a un’intera mobilitazione o a milioni di credenti.

Dal punto di vista cristiano, attribuire una colpa collettiva su base religiosa ferisce la dignità della persona e indebolisce la ricerca della verità. Il discernimento distingue, interroga, verifica. Chi pretende di difendere la civiltà cristiana dovrebbe ricordare che nessun ragazzo perde il diritto a essere ascoltato perché porta un cognome straniero o appartiene a una famiglia musulmana. La fraternità diventa esigente soprattutto quando la paura suggerisce di sospenderla.

La stessa chiarezza deve valere davanti alla violenza nelle piazze. Aggredire insegnanti, devastare una scuola, colpire gli agenti significa ferire persone e beni della comunità. Nessuna rivendicazione educativa trova forza in questi atti. Chi guida un movimento ha il dovere di contrastarli, anche quando farlo espone alla contestazione dei gruppi più aggressivi. La responsabilità politica si misura anche nella capacità di porre un limite ai propri sostenitori.

D’altra parte, lo Stato dispone della forza per proteggere le persone e deve rispondere di come la esercita. Le notizie sui minorenni gravemente feriti e il bilancio degli scontri esigono accertamenti rigorosi. Difendere gli agenti dalle aggressioni e verificare eventuali abusi sono due doveri pienamente compatibili. La credibilità di un’istituzione cresce quando sa controllare il proprio operato, soprattutto nelle situazioni di maggiore tensione.

Un adolescente ferito gravemente resta una persona della quale l’intera comunità deve farsi carico. Anche quando ha commesso un errore, anche quando dovrà risponderne. L’educazione comincia precisamente qui: nella capacità degli adulti di tenere insieme il limite e la cura, la responsabilità e la possibilità di ricominciare. Una società che perde questa capacità può ottenere obbedienza momentanea, ma faticherà a costruire appartenenza.

Neppure l’opposizione può considerare la gioventù una riserva di energia elettorale. Mélenchon, presente al corteo, ha incoraggiato gli studenti con parole enfatiche. Ma prendere sul serio i giovani comporta qualcosa di più impegnativo dell’applauso. Significa discutere le loro richieste, sostenerne quelle fondate, spiegare le difficoltà, aiutarli a difendere la protesta da chi vorrebbe trasformarla in scontro permanente. Il consenso cercato dentro una ferita sociale rischia di lasciare quella ferita aperta.

Al governo spetta il compito più concreto. Le consultazioni e gli spazi di confronto annunciati possono avere valore se producono impegni comprensibili e verificabili. Un ragazzo deve poter sapere che cosa verrà fatto per il suo istituto, entro quando e con quali risorse. Se gli si domanda di parlare senza spiegargli come la sua parola inciderà sulle decisioni, la partecipazione diventa un rito amministrativo destinato ad accrescere la sfiducia.

I vincoli di bilancio esistono e non si dissolvono davanti a una manifestazione. Proprio per questo le priorità devono essere motivate. La scuola è il luogo in cui una comunità prepara le competenze di cui avrà bisogno, ma anche la capacità di convivere, comprendere le differenze e affrontare i conflitti. Il suo impoverimento produce conseguenze che nessun conteggio annuale riesce a esaurire.

La Francia ama riconoscersi nelle parole libertà, eguaglianza e fraternità. Dentro una scuola quelle parole acquistano un significato quotidiano: poter imparare, ricevere opportunità effettive, sentirsi parte di un destino comune. Quando restano soltanto sulle facciate, la distanza tra il linguaggio pubblico e l’esperienza dei ragazzi diventa una lezione di disincanto.

È su questa distanza che gli adulti dovrebbero lavorare. I giovani hanno bisogno di insegnanti, interlocutori, istituzioni capaci di mantenere gli impegni. Hanno bisogno anche di sentirsi dire che la violenza distrugge le ragioni di chi la esercita e che nessuna appartenenza religiosa giustifica l’odio. Per meritare ascolto, però, gli adulti devono mostrare la stessa disciplina che chiedono: verità nelle parole, misura nell’azione, responsabilità nelle scelte. Il futuro entra ogni mattina nelle aule. Conviene cominciare a occuparsene prima che debba scendere in strada per farsi vedere.

La protesta interpella chi governa, chi manifesta e chi racconta. Ogni aggressione va condannata, ogni abuso accertato, ogni richiesta ascoltata nel merito. Trasformare la crisi della scuola in un’accusa contro l’Islam allontana le risposte di cui i ragazzi hanno bisogno.