Rintracciati e fermati dalle Forze dell’Ordine i due giovani della “minicar nera”. Avevano già aggredito sei conduttori di monopattini a Roma

Due minorenni denunciati, Davide Iacopini ancora ricoverato e un quartiere ferito. La domanda educativa comincia dal valore riconosciuto alla vita degli altri. Senza alibi per la violenza e senza processi sommari alle famiglie.

«Volevamo dare una bastonata». Nella frase attribuita ai due minorenni individuati per le aggressioni di Monteverde, la parola più inquietante è forse il verbo: volevamo. Un’intenzione raccontata con una semplicità che sgomenta. Dall’altra parte di quella frase ci sono persone aggredite mentre attraversavano la città e un uomo, Davide Iacopini, ancora in ospedale. Tra la leggerezza delle parole riferite e il peso delle conseguenze si apre una distanza che dovrebbe interrogare tutti.

I ragazzi denunciati hanno sedici e diciassette anni. Secondo gli aggiornamenti del 14 ottobre, avrebbero ammesso le sei aggressioni ricostruite dagli investigatori, avvenute il 4 e il 5 ottobre. La minicar è stata sequestrata; il fascicolo aperto per tentato omicidio passa alla Procura dei minorenni. Iacopini resta ricoverato in prognosi riservata. Sarà l’accertamento giudiziario a stabilire condotte e responsabilità individuali. La gravità della vicenda è già sufficiente a esigere parole precise.

A cominciare dai diminutivi. La macchinetta, i ragazzini, la bravata: il linguaggio dispone di molti modi per rimpicciolire ciò che ci mette a disagio. L’età impone una particolare responsabilità nel giudicare e nel raccontare; non rende più lieve la sofferenza provocata. Un adolescente deve poter avere un futuro anche dopo un fatto gravissimo. Proprio per questo occorre aiutarlo a comprendere interamente ciò di cui dovrà rispondere.

L’elemento che colpisce, nella ricostruzione delle aggressioni, è l’apparente estraneità delle vittime. Persone incontrate lungo la strada, esposte alla violenza mentre erano impegnate nella normalità dei propri spostamenti. Il movente resta da chiarire. Sarebbe comodo riempire questo vuoto con diagnosi improvvisate sulla noia, sui social, sui videogiochi, sul benessere. Avremmo una spiegazione pronta e nessuna conoscenza in più.

Possiamo però porre una domanda che precede ogni diagnosi: quanto vale, ai nostri occhi, uno sconosciuto?

La convivenza si regge anche sulla risposta quotidiana a questa domanda. Sul riconoscimento che il passante possiede una vita intera, benché noi ne vediamo soltanto un istante. Ha qualcuno che lo aspetta, preoccupazioni che ignoriamo, progetti che un colpo può interrompere. Educare significa rendere percepibile questa realtà prima che arrivi un verbale a descriverne la distruzione.

Nella cronaca ha trovato immediatamente risalto la professione del padre di uno dei minorenni: carabiniere. È un dettaglio capace di accendere curiosità, commenti e facili sentenze. Ma una professione non costituisce un certificato preventivo sulla condotta dei figli, né la condotta di un figlio dimostra da sola il fallimento morale di un genitore. Di quella famiglia non conosciamo la storia educativa. Attribuirgliene una a uso dell’indignazione pubblica sarebbe un’altra forma di superficialità.

La responsabilità degli adulti merita un discorso più serio. Comincia dalla disponibilità a correggere, a sostenere un conflitto, a non scambiare l’affetto con la protezione da ogni conseguenza. Si può stare accanto a un figlio anche chiedendogli conto delle sue azioni. Anzi, esistono momenti nei quali è proprio questo il modo più esigente di volergli bene.

Vale per le famiglie, per la scuola, per gli ambienti sportivi, per le comunità cristiane. Il rispetto si apprende nella pratica: nel modo in cui si parla dei più fragili, si reagisce a un’umiliazione, si interviene quando una prepotenza fa ridere il gruppo. Nessun singolo episodio consente di condannare un’intera generazione. Ogni episodio grave obbliga però gli adulti a domandarsi quale autorevolezza sappiano esercitare prima dell’emergenza.

Intanto occorre custodire il posto delle vittime. Quando gli indagati sono molto giovani, il racconto pubblico si concentra rapidamente sulle loro biografie, sulle amicizie, sulle famiglie. È comprensibile cercare di capire. Diventa ingiusto quando chi ha subito scompare sullo sfondo. Iacopini e le altre persone aggredite hanno diritto a un’attenzione che continui anche quando la minicar nera avrà smesso di occupare i titoli.

Per una coscienza cristiana, la misericordia comporta uno sguardo capace di tenere insieme il ferito e la possibilità di cambiamento di chi ha ferito. Il primo va soccorso, ascoltato, accompagnato. Il secondo va condotto a riconoscere il male compiuto, nella misura delle responsabilità accertate. Il perdono appartiene alla libertà della vittima: nessuno può pretenderlo per rendere più rassicurante la conclusione della storia.

La giustizia dovrà fare il proprio lavoro. Alla comunità resta un compito meno spettacolare e più lungo: ricostruire fiducia, sostenere le persone colpite, dare consistenza all’educazione e alla responsabilità.

Perché la frase da imparare, molto prima di mettersi alla guida, è semplice: la persona che incontro non è a mia disposizione. La sua vita ha un valore anche quando non conosco il suo nome.