Dalle piazze italiane alla Francia, la rabbia sociale incontra mobilitazioni sindacali, reti spontanee e gruppi violenti. Capire le differenze è indispensabile per difendere il diritto di protestare e impedire che l’esasperazione diventi carburante elettorale per chi promette soltanto ordine.
I giovani non sono poi tanto sprovveduti. Sanno distinguere una promessa da uno stipendio, un discorso sul merito dal prezzo di una stanza, un invito a costruire una famiglia dall’impossibilità di permettersi una casa. Quando sentono ripetere che rappresentano il futuro, cominciano a domandarsi perché quel futuro venga continuamente impegnato per pagare le decisioni del presente. Li si invita a essere responsabili, flessibili, disponibili al sacrificio. Poi si scopre che la flessibilità riguarda soprattutto la loro vita e che il sacrificio tende a essere ereditario.
È da qui che bisogna partire per comprendere il sabato di protesta del 17 ottobre, tra Italia e Francia. Dall’esasperazione di chi avverte che lavorare, studiare e rispettare le regole potrebbero non bastare più a conquistare un’esistenza dignitosa. Le immagini degli scontri impongono una condanna netta. Ma se occupano tutto il racconto, finiranno per nascondere proprio la questione che ha portato tante persone nelle strade.
Per capire che cosa sta succedendo occorre anzitutto separare vicende diverse. A Roma la manifestazione della Via Maestra appartiene alla mobilitazione organizzata del sindacato e dell’associazionismo. Dal palco Maurizio Landini ha annunciato lo sciopero generale della Cgil per il 20 novembre e rivendicato oltre centomila partecipanti: una cifra degli organizzatori, da attribuire come tale. A Milano, Torino e Bologna altre mobilitazioni contro il caro vita sono state attraversate da scontri e devastazioni. Mettere tutto dentro un’unica indistinta “piazza di Landini” sarebbe una scorciatoia politica, prima ancora che un errore giornalistico.
Anche la domanda «è tutto organizzato oppure spontaneo?» richiede una risposta meno sbrigativa. Italia in Piazza si presenta come un movimento nato dal basso, apartitico, con organizzatori locali e convocazioni in diverse città. Il fatto che una protesta cresca fuori dai partiti non significa che sia priva di organizzazione. Esistono persone che fissano appuntamenti, diffondono messaggi, concordano percorsi. La spontaneità delle adesioni può convivere con un coordinamento.
In Francia, intanto, la mobilitazione digitale ha favorito l’incontro tra studenti, reti dei gilet gialli e altre componenti sociali. È una convergenza di malesseri che non coincide necessariamente con una direzione unitaria. I social possono riempire una piazza molto più rapidamente di quanto riescano a darle rappresentanti, regole condivise e una strategia.
Dentro questo spazio possono agire gruppi già organizzati, compresi quelli che cercano lo scontro. Ma la presenza di nuclei violenti non dimostra che l’intera mobilitazione sia stata progettata per la violenza. Sono 300 i fermati e a Saint-Etienne un giovane manifestante ha perso la mano. La somiglianza dei disordini in città differenti, tuttavia, non prova, da sola, una regia occulta nazionale o internazionale. Per affermarlo occorreranno riscontri investigativi. Alla sera del 17 ottobre, il quadro disponibile consente di parlare di proteste eterogenee e di responsabilità da accertare, non di assegnare un unico mandante a tutta la rabbia europea.
Quella rabbia, però, ha ragioni riconoscibili. Il caro vita non è soltanto una percentuale. È la distanza tra ciò che entra in casa e ciò che serve per abitarla, riscaldarla, raggiungere il lavoro, curarsi. E quando l’inflazione rallenta, i prezzi non tornano automaticamente indietro: aumentano più lentamente, mentre la perdita precedente può restare interamente sulle spalle delle famiglie.
Per un giovane la precarietà significa soprattutto non poter decidere. Rimandare l’autonomia, una relazione stabile, un figlio, un percorso di studi. Dipendere dal patrimonio familiare molto più che dalle proprie capacità. Una società che celebra il merito dovrebbe interrogarsi seriamente quando il punto di partenza pesa tanto sul traguardo.
Per questo liquidare i ragazzi come manipolati è anche un modo di non ascoltarli. Possono sbagliare analisi, scegliere slogan semplicistici, lasciarsi sedurre da risposte impraticabili. Come gli adulti, del resto. Ma vedono le contraddizioni: la scuola dichiarata prioritaria e poi lasciata in difficoltà; il lavoro esaltato nei discorsi e svalutato nelle condizioni concrete; la richiesta di fiducia accompagnata da prospettive sempre più incerte.
Anche il confronto tra spese militari e bisogni sociali nasce qui. Le esigenze di difesa devono essere discusse seriamente, insieme agli obblighi internazionali e alle minacce reali. Proprio per questo i governi devono spiegare costi, priorità e rinunce. Se per alcune spese le risorse vengono trovate e per altre compare sempre la parola “impossibile”, chiedere conto di quelle scelte è un esercizio democratico.
Le accuse politiche di Landini, le sue cifre e le sue proposte fiscali vanno valutate nel merito, senza trasformare un comizio in una certificazione contabile. Ma il tentativo di collegare la condizione dei lavoratori a quella degli studenti coglie un problema vero: chi dispone ancora di tutele ha una responsabilità verso chi rischia di non conquistarle mai. La solidarietà tra generazioni comincia quando gli adulti smettono di chiedere ai giovani soltanto pazienza.
Poi ci sono le pietre, gli incendi, le aggressioni. Qui la chiarezza deve essere assoluta. Colpire un agente, devastare una libreria, distruggere beni comuni significa ferire persone e impoverire la città. Significa anche sottrarre la parola a chi era sceso in strada per una rivendicazione legittima. Dopo una vetrina infranta, il salario scompare dal titolo e resta soltanto il vetro.
Comprendere l’esasperazione non conferisce alcuna assoluzione alla violenza. Un poliziotto non è il bersaglio sul quale scaricare la frustrazione per un futuro bloccato. Un commerciante non deve pagare con il proprio negozio una decisione del governo. Chi organizza una protesta ha il dovere di predisporre quanto possibile per mantenerla pacifica e isolare chi vuole trasformarla in uno scontro.
Lo Stato, a sua volta, deve distinguere chi manifesta da chi aggredisce, usare la forza in modo necessario e proporzionato e accertare eventuali abusi. La tutela dei cittadini e quella degli agenti appartengono alla stessa responsabilità pubblica. Una democrazia deve saper contenere la violenza senza trattare il dissenso come una patologia.
Chi ne guadagnerà elettoralmente? Non esiste un vincitore automatico. La Francia si avvicina alle presidenziali, fissate per il 18 aprile e il 2 maggio 2027: il rapporto tra questione sociale e domanda di sicurezza peserà inevitabilmente sulla campagna. Ma sarebbe arbitrario dedurre dalle piazze di oggi uno spostamento già misurabile del voto europeo.
Si possono individuare, piuttosto, alcune possibilità. Se il dibattito resterà su salari, casa, scuola e sanità, le sinistre potranno trovare uno spazio di rappresentanza, a condizione di presentare proposte credibili e fare i conti con le proprie responsabilità passate. La protesta non attribuisce loro un diritto di proprietà sugli esasperati.
Se invece prevarranno le immagini della guerriglia, le destre che insistono sull’ordine pubblico avranno un argomento potente. Anche una persona in difficoltà economica può votare chi promette protezione, soprattutto se teme che la propria città diventi insicura. Ma le destre al governo restano esposte al giudizio sul costo della vita: denunciare i devastatori non paga le bollette.
Il vantaggio può dunque andare all’opposizione più capace di interpretare il disagio, qualunque sia il suo colore. Oppure può crescere l’astensione, quando nessuno appare credibile. La rabbia non possiede una destinazione elettorale già scritta. Può diventare partecipazione, domanda di autorità o rinuncia alla politica. Molto dipenderà dalle risposte offerte nelle prossime settimane.
In questo passaggio la tradizione cristiana ha qualcosa di preciso da dire. La dottrina sociale della Chiesa riconosce la dignità del conflitto sociale quando cerca giustizia attraverso mezzi leciti. Il Compendio, al numero 304, considera legittimo lo sciopero quando sia necessario, proporzionato e siano risultate inefficaci le altre vie di soluzione. Chiede che resti pacifico e orientato al bene comune, escludendo la violenza e finalità estranee alle condizioni di lavoro. È un criterio esigente anche per chi proclama uno sciopero: difenderne il diritto non significa approvare automaticamente ogni modalità e ogni obiettivo.
In Italia quel diritto è inoltre riconosciuto dall’articolo 40 della Costituzione, nell’ambito delle leggi che lo regolano. Non è una concessione benevola del governo ai cittadini quando protestano senza disturbare.
Lo sguardo cristiano chiede allora di tenere insieme giustizia e responsabilità. Difendere il lavoro e chi lo cerca. Ascoltare i giovani senza adularli. Proteggere gli agenti senza concedere immunità agli abusi. Condannare le devastazioni senza usarle per archiviare le domande sociali.
La speranza prende corpo in scelte verificabili: contratti che consentano di vivere, abitazioni accessibili, istruzione capace di emancipare, cure disponibili, luoghi nei quali il disagio possa essere ascoltato prima di esplodere. Anche le comunità cristiane possono offrire spazi di incontro tra studenti, famiglie, lavoratori, imprese e istituzioni. La mediazione acquista valore quando produce impegni e ne controlla l’attuazione.
Ai giovani dobbiamo dire che la loro vita vale più della disperazione e che nessuna ingiustizia li obbliga a diventare violenti. Agli adulti dobbiamo chiedere qualcosa di altrettanto impegnativo: rendere credibile questa promessa.
Perché non basta rimproverare una generazione quando alza la voce. Bisogna finalmente rispondere alla domanda che ci sta facendo: quale futuro ci state lasciando?
