Una legge elettorale può garantire la governabilità. Ma quando rende proibitivo perfino presentarsi alle elezioni, la questione non riguarda più soltanto Potere al Popolo: riguarda la qualità della nostra democrazia.
C’è qualcosa di paradossale nel dibattito politico italiano: mentre tutti invocano la democrazia, si restringono gli spazi attraverso i quali il dissenso può trasformarsi in rappresentanza. La manifestazione di ieri a Roma contro la nuova legge elettorale pone perciò una domanda che supera Potere al Popolo e qualsiasi altra sigla: una democrazia può dirsi davvero forte quando teme le formazioni più piccole, i movimenti sociali e le voci che non trovano posto nei grandi schieramenti?
La democrazia non muore necessariamente con i carri armati nelle strade. Può impoverirsi molto più lentamente, quasi senza che ce ne accorgiamo. Basta che le procedure rimangano formalmente intatte mentre diventa progressivamente più difficile entrare nello spazio nel quale quelle procedure acquistano significato.
È questo il problema politico sollevato dalla protesta di ieri a piazza Bocca della Verità. Potere al Popolo contesta una riforma elettorale che, tra le altre cose, aumenta considerevolmente il numero delle firme necessarie alle formazioni non presenti in Parlamento per presentare le proprie liste.
Naturalmente si può discutere sulla necessità di evitare la proliferazione di sigle prive di reale consistenza elettorale. Una democrazia ha bisogno anche di istituzioni capaci di funzionare. Ma proprio qui comincia la domanda scomoda: dove termina la ragionevole esigenza di governabilità e dove comincia la protezione degli attori già insediati nel sistema?
Non è una questione marginale.
Perché la democrazia non consiste soltanto nel consentire al cittadino di scegliere fra coloro che sono già dentro. Consiste anche nella possibilità che qualcuno di nuovo possa entrare.
Altrimenti il pluralismo rischia di diventare il pluralismo degli ammessi.
E allora la vecchia formula dell’“uno vale uno”, con tutte le ingenuità e le contraddizioni che ha mostrato nella stagione politica che l’ha resa celebre, torna paradossalmente a porci un problema serio. Non perché davvero uno valga sempre uno nella complessità della politica, ma perché ogni cittadino dovrebbe possedere uguale dignità politica davanti alle istituzioni.
La Costituzione italiana nasce precisamente da questa intuizione.
Non è una cornice ornamentale appesa alla parete della Repubblica. È un programma politico e sociale ancora largamente incompiuto. Quando parla di uguaglianza sostanziale, lavoro, partecipazione, libertà di associazione e concorso dei cittadini alla vita politica, descrive una democrazia molto più esigente del semplice rito elettorale.
E la storia dovrebbe renderci prudenti.
Anche lo Statuto Albertino rimase formalmente in vigore durante il fascismo. Le costituzioni, da sole, non possiedono una forza magica capace di difendere la libertà. Sono vive nella misura in cui esistono istituzioni, corpi intermedi, cittadini e una cultura politica disposti a farle vivere.
Per questo sarebbe improprio parlare con leggerezza di un ritorno del fascismo. Il fascismo storico fu dittatura, violenza organizzata, soppressione delle libertà, partito unico, persecuzione degli oppositori. Le parole hanno una storia e quella storia merita rispetto.
Esistono però fenomeni differenti sui quali è legittimo interrogarsi: l’irrigidimento delle procedure, la riduzione degli spazi di partecipazione, la tentazione di identificare la democrazia con le sole forze già rappresentate nelle istituzioni.
È un processo più sottile.
Il rischio nasce quando il confine non passa più tra metodi democratici e metodi violenti, ma tra opinioni considerate compatibili e opinioni considerate incompatibili con il sistema.
Una democrazia sicura di sé non dovrebbe avere paura di chi la contesta democraticamente.
Dovrebbe avere paura, semmai, del contrario: di una società nella quale milioni di persone smettono di credere che partecipare serva ancora a qualcosa.
Precari, lavoratori poveri, migranti, famiglie schiacciate dagli affitti, giovani senza prospettive, movimenti per il diritto alla casa, portuali contrari al traffico delle armi: si possono condividere o contestare le loro rivendicazioni. Ma sarebbe un errore considerarle un rumore estraneo alla democrazia. Quel rumore è la democrazia.
E qui il discorso incontra inevitabilmente anche il pensiero sociale cattolico.
Papa Francesco ha riportato continuamente al centro gli “scartati”: coloro che un sistema economico considera eccedenze perché non producono abbastanza, non consumano abbastanza o non possiedono sufficiente potere per farsi ascoltare.
La politica dovrebbe compiere esattamente l’operazione inversa: riportare al centro chi vive ai margini.
Per questo la questione democratica non può essere separata dalla questione sociale.
Che valore possiede il diritto di voto per chi lavora e rimane povero? Che libertà concreta possiede una famiglia costretta a spendere metà del reddito per una casa? Quanto può partecipare alla vita pubblica chi vive permanentemente nella precarietà?
La Costituzione aveva intuito questa relazione molto prima che diventasse argomento da convegno: non esiste democrazia politica duratura senza una sufficiente democrazia economica e sociale.
Qui destra e sinistra dovrebbero sentirsi entrambe interrogate.
La maggioranza deve spiegare perché una maggiore stabilità istituzionale richieda barriere tanto gravose per chi non possiede già una rappresentanza parlamentare. Ma anche il cosiddetto Campo largo dovrebbe domandarsi quale pluralismo intenda costruire: un’alleanza aperta alla società oppure un perimetro nel quale vengono accolte soltanto le differenze preventivamente compatibili con gli equilibri delle forze maggiori.
Non è necessario sostenere Potere al Popolo per riconoscere il problema.
Anzi, proprio questo è il punto.
La libertà politica si misura soprattutto quando dobbiamo riconoscere diritti e spazi a chi non la pensa come noi.
Vale per Potere al Popolo oggi. Varrebbe domani per una formazione conservatrice, cattolica, ambientalista, libertaria o per qualunque altra esperienza politica rimasta fuori dal Parlamento.
Perché una legge elettorale non dovrebbe stabilire quali idee meritano di esistere. Dovrebbe stabilire regole ragionevoli attraverso le quali quelle idee possano misurarsi con il consenso dei cittadini.
Poi saranno gli elettori a decidere.
C’è infine un’altra contraddizione che attraversa il nostro tempo. Parliamo ossessivamente di democrazia proprio mentre l’Europa investe somme crescenti nella difesa, mentre la guerra torna a essere presentata come eventualità con la quale abituarsi a convivere e mentre il linguaggio pubblico assume categorie sempre più militari: nemico, sicurezza, deterrenza, schieramento.
Una società abituata alla logica del nemico finisce facilmente per importarla anche nella politica interna.
Chi dissente non è più semplicemente qualcuno con il quale confrontarsi: diventa qualcuno dal quale difendersi.
È precisamente questa deriva culturale che una democrazia matura dovrebbe evitare.
Non abbiamo bisogno di un’altra contrapposizione assoluta tra “democratici” e “antidemocratici”, nella quale ciascuno naturalmente assegna a se stesso il certificato di democraticità.
Abbiamo bisogno di tornare alla sostanza della parola.
Democrazia significa partecipazione. Significa conflitto regolato senza violenza. Significa possibilità di organizzarsi. Significa rappresentanza. Significa lavoro dignitoso. Significa libertà di contestare il potere senza essere per questo espulsi simbolicamente dalla comunità politica.
E significa soprattutto accettare un fatto elementare: la Costituzione non appartiene né alla destra né alla sinistra, né alla maggioranza né all’opposizione. Appartiene anche a chi oggi non possiede neppure un seggio in Parlamento.
La piazza di ieri, indipendentemente dai numeri e dalle appartenenze, lascia dunque una domanda che sarebbe sbagliato liquidare come estremista.
Chi custodisce la democrazia?
I partiti? Il Parlamento? I governi? Certamente anche loro.
Ma la risposta più profonda è un’altra: la democrazia è custodita dai cittadini quando continuano a pretendere di essere cittadini e rifiutano di ridursi a spettatori.
Ed è forse questa la vera posta in gioco.
Non sostituire una classe dirigente con un’altra, né una propaganda con quella di segno opposto. Ma restituire ossigeno a quella democrazia sociale, partecipativa e popolare che la Costituzione non considera un pericolo per la Repubblica.
La considera la sua ragion d’essere.
La stabilità delle istituzioni è un bene. Ma lo è anche l’accesso alla rappresentanza. Quando per chi è fuori dal Parlamento la porta diventa enormemente più pesante che per chi è già dentro, non basta invocare la governabilità: occorre domandarsi quale idea di democrazia stiamo costruendo.
