Attacchi sulla capitale yemenita, rivendicazioni contro gli impianti sauditi e combattimenti per il controllo del Mar Rosso. L’escalation mette a rischio le rotte commerciali e travolge una popolazione già stremata dalla fame.
La tregua aveva rallentato la guerra senza riuscire a costruire la pace. Ora lo Yemen torna a mostrarci la differenza. Le esplosioni su Sana’a, gli attacchi rivendicati contro l’Arabia Saudita e i combattimenti lungo le vie di accesso al Mar Rosso indicano una ripresa delle ostilità che supera ormai la dimensione dell’incidente isolato. Si può parlare di guerra aperta sul piano dei fatti, pur mantenendo la necessaria precisione sull’attribuzione dei singoli raid. E il Paese che paga il prezzo più alto è ancora quello che dispone di meno risorse per sopportarlo.
Nelle prime ore del 4 ottobre, le forze armate legate al governo yemenita riconosciuto internazionalmente hanno annunciato attacchi contro obiettivi degli Houthi a Sana’a e Saada. L’emittente houthi Al Masirah aveva attribuito all’Arabia Saudita i bombardamenti sulla capitale, senza un’immediata conferma saudita su quella specifica operazione. La distinzione conta: nel conflitto agiscono forze yemenite, potenze regionali e apparati militari alleati, ciascuno con responsabilità proprie.
Sul versante opposto, gli Houthi hanno rivendicato un attacco con missili e droni contro un impianto Aramco a Riad. Immagini e testimonianze hanno documentato fiamme e fumo presso una struttura petrolifera a sud della capitale saudita, ma questo non verifica automaticamente tutti i dettagli della rivendicazione. Il portavoce della coalizione guidata da Riad ha definito fuorvianti le affermazioni houthi sull’attacco alla città. Anche nella ricostruzione della guerra bisogna resistere alla fretta: un incendio osservato, un bersaglio dichiarato e una responsabilità accertata sono elementi differenti.
Il quadro generale, tuttavia, è sufficientemente chiaro. Dopo la relativa riduzione delle ostilità seguita alla tregua del 2022, il conflitto ha ripreso intensità. A luglio gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita; sono seguiti attacchi al territorio saudita e alle navi, risposte aeree e nuove avanzate lungo la costa yemenita. Il confronto interno si è nuovamente saldato con quello regionale.
Per comprendere questa fase occorre evitare di ridurre lo Yemen a una scacchiera sulla quale si muoverebbero soltanto Iran e Arabia Saudita. Gli Houthi, sostenuti da Teheran, sono anche un movimento armato radicato nella storia e nei conflitti del Paese. Il fronte che li combatte comprende forze yemenite con interessi e appartenenze differenti. Il sostegno esterno aumenta la capacità di combattere; non cancella le divisioni locali, che rendono difficile tanto una vittoria definitiva quanto un accordo duraturo.
Il nodo strategico è il mare. Chi riesce a minacciare il passaggio di Bab el-Mandeb, tra Mar Rosso e Golfo di Aden, acquista una capacità di pressione molto superiore alle proprie dimensioni economiche. Può incidere sulle rotte, sui costi assicurativi, sui tempi delle consegne e sulla sicurezza energetica. Per gli Houthi, la proiezione marittima offre quindi una leva negoziale e militare; per Riad, il suo consolidamento costituisce una minaccia che non riguarda più soltanto il confine meridionale.
Reuters ha riferito che l’Arabia Saudita sta preparando un’offensiva, affidata a forze yemenite e sostenuta dall’esterno, per ridurre il controllo houthi sulle aree costiere strategiche. Si tratta di preparativi riferiti dall’agenzia, non della certezza che ogni componente del piano venga attuata. La difficoltà principale resta la capacità di coordinare gli attori locali e di limitare le ritorsioni sul territorio saudita.
È qui che l’escalation rivela la sua trappola. Riad può ritenere necessario colpire più duramente per proteggere il proprio territorio e le rotte commerciali. Gli Houthi possono considerare gli attacchi agli impianti energetici e alla navigazione il mezzo per rendere troppo costosa quella pressione. Ciascuno descrive l’azione successiva come indispensabile a fermare l’avversario. Intanto aumenta la quantità di violenza che entrambi ritengono accettabile.
La superiorità militare non garantisce una soluzione politica. Distruggere depositi, postazioni o mezzi può ridurre capacità operative; governare il territorio, ricostruire istituzioni e ottenere l’accettazione della popolazione richiede altro. Analogamente, la capacità degli Houthi di colpire lontano non conferisce loro il diritto di esporre i civili yemeniti alle conseguenze di una strategia regionale. Il prestigio di una forza armata e il bene della popolazione che pretende di rappresentare possono divergere profondamente.
La misura di questa divergenza arriva dal Programma alimentare mondiale. Il 2 ottobre, il WFP ha segnalato che nelle aree accessibili al suo monitoraggio il 74 per cento delle famiglie non riusciva a soddisfare i bisogni alimentari essenziali. In alcune zone di Taiz, il prezzo della farina di frumento era aumentato del 10 per cento in appena due settimane. Sono dati circoscritti alle aree osservate, ma sufficienti a mostrare come l’escalation entri immediatamente nelle case, prima ancora che nei bilanci diplomatici.
Lo Yemen importa circa il 90 per cento del cibo che consuma. La vulnerabilità delle rotte commerciali ha dunque un significato concreto: una nave che non arriva, una strada interrotta o un trasporto diventato troppo caro possono tradursi in pasti saltati. Mentre le potenze discutono la sicurezza della navigazione, le famiglie cercano la sicurezza del pane. Le due questioni sono strettamente collegate, ma non ricevono la stessa attenzione.
La tutela delle rotte è necessaria. Deve però accompagnarsi alla protezione degli approvvigionamenti civili, all’accesso degli operatori umanitari e a un’iniziativa politica capace di incidere sulle decisioni dei combattenti. Se la diplomazia compare soltanto dopo ogni nuova ondata di bombardamenti, per chiedere moderazione senza costruirne le condizioni, finisce per inseguire la guerra.
Un tentativo resta aperto: nei giorni scorsi l’inviato delle Nazioni Unite ha incontrato negoziatori houthi per cercare di contenere l’escalation. Quel canale ha bisogno del sostegno effettivo delle potenze che dispongono di influenza sulle parti. Servono impegni verificabili sulla cessazione degli attacchi transfrontalieri, sulla navigazione e sull’accesso umanitario, insieme a un percorso politico yemenita abbastanza inclusivo da non ridursi alla spartizione del Paese tra gruppi armati.
Per una coscienza cristiana, il giudizio parte dalle persone esposte alla violenza, qualunque sia la loro appartenenza. La madre di Sana’a e quella di una città saudita hanno lo stesso diritto a non dover riconoscere dal rumore se un’esplosione è abbastanza lontana da lasciare vivi i propri figli. Nessuna rivendicazione religiosa, strategica o nazionale diminuisce questo diritto.
La guerra aperta è già una realtà per chi fugge, per chi perde il lavoro, per chi divide una razione insufficiente. La responsabilità politica consiste ora nell’impedire che diventi anche una prospettiva senza scadenza. Lo Yemen ha già trascorso troppi anni dentro una promessa di vittoria che, per la sua popolazione, continua ad assomigliare alla fame.
