Fukuyama teme che una sconfitta alle elezioni di metà mandato possa spingere il presidente americano verso nuove avventure militari. Il suo allarme investe il rapporto fra potere personale, interessi tecnologici e democrazia. E pone all’Europa una domanda: come difendere la libertà quando viene messa in discussione dall’alleato più potente?
La democrazia chiede a chi governa una qualità poco spettacolare: saper perdere. Accettare che un voto restringa il proprio spazio, che un Parlamento ostacoli un progetto, che un’inchiesta disturbi il comando. È precisamente nel momento della sconfitta che il rapporto di un leader con le istituzioni diventa più leggibile. Finché vince, può presentarsi come interprete della volontà popolare. Quando perde, deve riconoscere che quella volontà esiste anche contro di lui.
Francis Fukuyama guarda alle prossime elezioni americane di metà mandato da questa prospettiva. Nell’intervista pubblicata il 23 ottobre da Handelsblatt, il politologo di Stanford avverte che un arretramento elettorale di Donald Trump potrebbe aprire una fase pericolosa, segnata dalla tentazione di avventure in politica estera. È un’ipotesi sul comportamento del presidente, non l’annuncio di decisioni militari già prese. Ma la questione che solleva è concreta: un potere limitato nelle urne potrebbe cercare fuori dai confini lo spazio per riaffermarsi.
Nel resoconto dell’intervista, gli scenari evocati comprendono nuove escalation in Iran, un attacco a Cuba o un’azione contro il Canale di Panama. Sono possibilità attribuite all’analisi di Fukuyama. A unirle è il timore che una difficoltà interna venga trasformata in un’emergenza internazionale, capace di restituire al presidente il centro della scena.
Il meccanismo merita attenzione anche al di là del caso americano. Il Parlamento discute, controlla, rallenta. La crisi militare concentra l’attenzione sul comando, impone urgenza, chiede coesione. Per un leader insofferente ai contrappesi, questa differenza può diventare una tentazione: trasferire il confronto dal terreno delle responsabilità politiche a quello della fermezza nazionale.
La gravità dell’allarme sta qui: il rischio che altri popoli siano chiamati a pagare il prezzo di una difficoltà elettorale americana. Iraniani, cubani e panamensi hanno vite, famiglie e diritti che non possono diventare strumenti nella competizione per il consenso a Washington. La politica estera incontra un limite morale prima ancora che strategico: nessuna convenienza di potere rende sacrificabile la popolazione di un altro Paese.
A rendere particolarmente significativa questa riflessione è chi la propone. Fukuyama resta associato a La fine della storia e l’ultimo uomo, il libro che diede forma all’ottimismo liberale del dopo Guerra fredda. La sua tesi riguardava l’esaurimento delle grandi alternative ideologiche alla democrazia liberale come orizzonte di legittimità; non sosteneva che sarebbero cessati guerre, conflitti e regressioni.
Eppure il contrasto conserva una forza quasi letteraria. Il pensatore legato all’idea della vittoria liberale osserva oggi con allarme il potere nella nazione che di quella vittoria era stata protagonista. La domanda investe la capacità della democrazia di difendersi dall’interno, quando chi riceve un mandato tende a interpretarlo come una disponibilità personale delle istituzioni.
Un eventuale Congresso a maggioranza democratica potrebbe rendere più difficile l’attuazione dell’agenda presidenziale e intensificare il controllo sull’amministrazione. Non sarebbe una deviazione del sistema: sarebbe il funzionamento dei suoi contrappesi. La questione decisiva è se il presidente riconoscerebbe a quel controllo piena legittimità oppure lo presenterebbe come un’aggressione da neutralizzare.
La democrazia vive di questa distinzione. Un avversario può impedirmi di realizzare un progetto senza diventare per questo un nemico della nazione. Una verifica può mettere in difficoltà il governo senza costituire un tradimento. Quando queste differenze si dissolvono, la fedeltà al capo comincia a prendere il posto della lealtà alle istituzioni.
Nel quadro proposto da Fukuyama, un ruolo importante spetta all’intesa fra Trump e una parte del mondo tecnologico. Sarebbe semplicistico descrivere la Silicon Valley come un blocco uniforme. È invece utile interrogare il punto nel quale la ricerca di libertà d’impresa incontra il desiderio politico di ridurre i controlli.
Un potere economico può chiedere meno regole per le proprie attività e accettare, nello stesso tempo, un esecutivo più forte nei confronti di altri soggetti. La contraddizione si attenua quando la libertà viene intesa soprattutto come autonomia di chi dispone già di risorse, infrastrutture e accesso alle decisioni.
La domanda diventa allora inevitabile: libertà per chi? Per l’impresa che vuole espandersi, certamente. Ma anche per il cittadino i cui dati vengono utilizzati, per il lavoratore sottoposto a nuove forme di controllo, per la comunità che ospita un’infrastruttura e ne sostiene una parte dei costi. Una società libera deve poter discutere tutte queste posizioni. Se alcune diventano intoccabili grazie alla vicinanza al governo, la concorrenza si confonde con il privilegio.
È qui che il discorso riguarda direttamente l’Europa. Gli europei non possono vivere ogni passaggio della politica americana come spettatori in attesa di conoscere il proprio destino. Un’alleanza richiede capacità di interlocuzione, interessi riconoscibili, disponibilità a dissentire. La dipendenza diventa politicamente pericolosa quando impedisce persino di formulare un giudizio autonomo.
Questo vale per la sicurezza, per la tecnologia e per la diplomazia. Difendere un rapporto con gli Stati Uniti significa anche saper distinguere quel rapporto dall’adesione a ogni scelta della loro amministrazione. L’amicizia fra Paesi democratici dovrebbe rendere possibile una discussione più franca, soprattutto quando sono in gioco la pace e i limiti del potere.
Resta poi la questione degli elettori. Le grandi narrazioni politiche incontrano ogni giorno la verifica dei redditi, delle bollette, delle opportunità. Il riconoscimento promesso nei comizi perde credibilità se non trova riscontro nell’esistenza. Una persona può sentirsi celebrata come parte del «vero popolo» e continuare a non sentirsi ascoltata nei propri bisogni.
Qui la riflessione di Fukuyama tocca un punto essenziale: gli esseri umani cercano riconoscimento. La democrazia deve offrirlo attraverso diritti effettivi, partecipazione e dignità sociale. Se si limita a invocare la bontà delle proprie procedure, lasciando crescere l’esperienza dell’abbandono, consegna agli uomini forti una riserva inesauribile di risentimento.
Per una coscienza cristiana, il criterio resta la persona. Nessuno è materia da mobilitare per la gloria di un capo; nessun popolo è una comparsa nel racconto della grandezza altrui. La pace chiede istituzioni capaci di contenere l’arbitrio e cittadini capaci di esigere responsabilità anche dal leader che hanno votato.
L’esito delle elezioni di metà mandato resta da conoscere. L’escalation evocata da Fukuyama rimane un rischio, non un destino. Proprio per questo il suo allarme ha valore politico: invita a rafforzare i limiti prima che vengano messi alla prova.
La storia continua. E una delle sue prove più importanti resta sorprendentemente semplice: vedere se chi dispone della forza sa fermarsi davanti a un voto.
