Trump tratta con Putin e la Lega cancella le istituzioni ucraine

Le modifiche alla risoluzione di maggioranza, le pressioni americane e le limitazioni denunciate su Starlink pongono una domanda: sosteniamo ancora la sovranità dell’Ucraina o soltanto una popolazione alla quale altri vorrebbero scegliere il governo?

A Kiev si contano i morti e si cerca di ripristinare l’elettricità. A Roma si lavora sulle cancellature. È una coincidenza che racconta qualcosa del nostro tempo: mentre un paese aggredito cerca di conservare le condizioni materiali della propria esistenza, i suoi alleati discutono fino a quale parola convenga spingersi nel sostenerlo.

Secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, la Lega ha ottenuto di togliere dalla risoluzione della maggioranza il riferimento alle istituzioni ucraine, lasciando quello alla popolazione. Su richiesta di Claudio Borghi sarebbe stata eliminata anche la formula che escludeva decisioni sulla sicurezza europea senza il coinvolgimento dell’Europa. Si parla delle modifiche al testo destinato al voto, non di un esito parlamentare da dare per acquisito. Ma il significato politico dell’intervento merita già attenzione.

Aiutare gli ucraini va bene. Riconoscere pienamente la loro capacità di rappresentarsi sembra diventare più scomodo.

Naturalmente le istituzioni ucraine non coincidono con Zelensky. Esistono un Parlamento, amministrazioni locali, strutture pubbliche che tengono insieme il paese durante la guerra. Proprio per questo la cancellatura è più significativa di una semplice presa di distanza dal presidente. Indebolisce il riferimento all’Ucraina come soggetto politico, mentre ne conserva l’immagine di popolazione bisognosa. Una popolazione si assiste; con uno Stato sovrano si deve discutere, anche quando non obbedisce.

È questa la tentazione che attraversa una parte del dibattito occidentale: compatire gli ucraini e irritarsi quando pretendono di partecipare alle decisioni sul proprio futuro.

Zelensky si presta ormai a diventare il capro espiatorio di ogni contraddizione. Se resiste, ostacola la pace. Se chiede aiuti, costa troppo. Se colpisce le infrastrutture dell’aggressore, disturba il mercato energetico. Il 10 ottobre Trump è arrivato a sollecitarne la sostituzione, nel contesto delle polemiche sull’accordo per il diesel russo e sugli attacchi ucraini alle raffinerie. Il problema della guerra viene così spostato dalla decisione di invadere alla disponibilità dell’invaso ad accettare le condizioni del momento.

Nessun presidente ha diritto a un sostegno incondizionato. Zelensky può essere criticato, e le sue scelte devono poter essere discusse. Ma chiedere conto a un governante è cosa diversa dal suggerire dall’estero che un paese sotto attacco debba procurarsene uno più accomodante. La sovranità comprende anche il diritto di risultare sgraditi al proprio protettore.

Gli interessi energetici appartengono pienamente a questa vicenda. Non abbiamo però elementi verificati per attribuire le nuove pressioni americane a specifici accordi sul gas ucraino sgraditi a Trump. Il dato documentato è già abbastanza eloquente: Washington cerca sollievo ai prezzi attraverso il diesel russo e chiede a Kiev di fermare gli attacchi alle raffinerie. La convenienza economica americana rischia così di diventare il criterio con cui misurare l’accettabilità delle scelte ucraine.

L’aggressore torna utile come fornitore. L’aggredito diventa scomodo come alleato.

A rendere più inquietante il quadro arrivano le notizie su Starlink. Funzionari e reparti ucraini denunciano restrizioni improvvise al funzionamento dei terminali in movimento, con interruzioni e missioni compromesse. Reuters riferisce che SpaceX non aveva ancora commentato pubblicamente. L’attribuzione di quelle limitazioni a un ordine dell’amministrazione Trump resta dunque un’ipotesi avanzata da esponenti ucraini, non un fatto accertato.

Il problema politico esiste anche senza anticipare una conclusione sulle responsabilità. Una capacità essenziale di un paese in guerra dipende da un servizio sul quale quel paese non esercita pieno controllo. Quando l’accesso cambia, la distanza fra dipendenza tecnologica e vulnerabilità strategica scompare. L’Europa dovrebbe interrogarsi su questo almeno quanto si interroga sulle dichiarazioni quotidiane della Casa Bianca.

E l’Italia? La critica alla sua subordinazione diventa più forte se evita di cancellare i fatti che complicano il quadro. Nelle comunicazioni del 14 ottobre, Meloni ha definito molto rischiosa l’intesa americana sul diesel russo, contestandone gli effetti sulla pressione esercitata contro Mosca. Non siamo dunque davanti a un governo che ripete senza eccezioni ogni posizione di Trump. Siamo davanti a una contraddizione nella maggioranza: la presidente del Consiglio segnala il rischio dell’accordo, mentre la Lega, secondo la ricostruzione giornalistica, indebolisce nel testo parlamentare il sostegno istituzionale a Kiev.

È una contraddizione che chiede una risposta politica. Perché togliere proprio quelle parole? Quale messaggio si vuole mandare agli ucraini? E quale a Washington?

Il sovranismo italiano incontra qui una prova piuttosto severa. Se la sovranità è un principio, deve valere anche per chi dipende dagli aiuti altrui. Se invece diventa negoziabile quando cambia l’umore dell’alleato più forte, rischia di ridursi a una posa domestica: inflessibili nei comizi, adattabili nei rapporti di forza.

Anche sull’Europa occorre distinguere il rischio dal fatto compiuto. Non risulta dimostrato un piano europeo per scaricare Zelensky e insediare un presidente fantoccio; gli aggiornamenti riportano anche iniziative europee di sostegno a Kiev. Il pericolo da denunciare è politico: che, per evitare uno scontro con Washington, gli europei finiscano per accettare una successione orientata dall’esterno, presentandola come un passaggio inevitabile verso la pace.

Un futuro presidente ucraino, chiunque sia, dovrà ricevere il mandato dagli ucraini. Non dal prezzo del gasolio, non dall’intesa fra due potenze, non dalla stanchezza degli alleati.

Per una coscienza cristiana, sostenere una popolazione significa riconoscerle dignità, voce e responsabilità. La solidarietà si impoverisce quando offre assistenza e ritira il riconoscimento politico. Chi soffre conserva il diritto di parlare, di dissentire, di concorrere alle decisioni che lo riguardano.

La pace richiederà negoziati, compromessi difficili e garanzie credibili. Nessuna di queste necessità autorizza a trasformare Zelensky nel responsabile retroattivo dell’invasione o gli ucraini negli ostacoli alla propria salvezza.

A Roma una cancellatura può sembrare un piccolo prezzo per tenere insieme la maggioranza. A Kiev può essere letta come qualcosa di molto più grande: il dubbio che gli alleati siano ancora disposti ad aiutarti, purché tu rinunci a decidere chi sei.