ELEZIONI – Il vantaggio di Flávio Bolsonaro apre uno scenario favorevole all’egemonia di Trump nelle Americhe. Ma il rischio della subordinazione non assolve una sinistra che continua a chiedere a Lula di sostituire il futuro.

Il Brasile ha dimensioni continentali e sembra avere esaurito i cognomi. Da una parte Lula, chiamato ancora una volta a salvare il Paese; dall’altra un Bolsonaro, incaricato di restaurare la famiglia. In mezzo, milioni di cittadini ai quali non basta sentirsi spiegare quanto sarebbe pericolosa la vittoria dell’avversario: chiedono sicurezza, lavoro, possibilità di costruire una vita. Il primo turno del 4 ottobre, con Flávio Bolsonaro attorno al 47% e Lula al 45%, consegna al ballottaggio del 25 ottobre una domanda che supera i confini nazionali: quale libertà resterà all’America Latina se anche il suo maggiore protagonista sceglierà di gravitare nell’orbita di Donald Trump?

La vittoria presidenziale della destra non è ancora acquisita. Confondere il vantaggio con il verdetto significherebbe fare propaganda anziché leggere le urne. Ma il segnale politico è forte: il bolsonarismo sopravvive al suo fondatore e dimostra di saper trasferire consenso attraverso il vincolo familiare. La promessa del cambiamento assume così una forma singolare: per voltare pagina si ripropone il cognome stampato sulla precedente.

Sarebbe tuttavia troppo comodo fermarsi alla denuncia della dinastia. Anche il campo opposto deve rispondere di una successione mai veramente costruita. Lula non governa ininterrottamente da vent’anni: ha guidato il Brasile dal 2003 al 2010 ed è tornato alla presidenza nel 2023. La precisione storica rende però ancora più evidente il problema politico. Dopo un’intera stagione, attraversata da vittorie, sconfitte e trasformazioni sociali, la proposta decisiva resta affidata alla stessa persona. Possibile che un Paese di queste dimensioni non riesca a portare al centro della scena nuove energie, nuove competenze, nuove idee?

L’età anagrafica non è una colpa e la giovinezza non costituisce un programma. Il problema è ciò che accade quando l’esperienza diventa insostituibilità. Un leader lascia un’eredità feconda se forma persone capaci di proseguire e correggere la sua opera. Se ogni elezione diventa l’ultima battaglia del fondatore, la comunità politica finisce per dipendere dalla sua resistenza fisica. È una fragilità che nessun carisma può risolvere.

A Lula vanno riconosciuti il peso storico e l’attenzione rivolta a chi era rimasto fuori dalla distribuzione della ricchezza. Ma i meriti non possono trasformarsi in una rendita elettorale perpetua. Una famiglia preoccupata per le spese, un giovane senza prospettive, una donna che teme di tornare a casa la sera non votano soltanto sulla memoria. Chiedono risposte presenti. La sinistra sbaglia quando considera queste inquietudini una deviazione dalla coscienza sociale: sono precisamente la materia della giustizia sociale. Abbandonarle alla destra significa consegnarle anche il linguaggio con cui interpretarle.

Il possibile successo di Flávio Bolsonaro avrebbe intanto una portata continentale. Argentina, Ecuador, Perù e Costa Rica, pur con storie e interessi differenti, partecipano al sistema di alleanze promosso da Washington attraverso lo Scudo delle Americhe. L’eventuale ingresso del Brasile, promesso dal candidato, cambierebbe il peso di quella coalizione. Qui si apre il rischio del vassallaggio: quando la cooperazione diventa accettazione delle priorità del più forte e la sovranità viene esibita nei comizi, ma negoziata al ribasso nei rapporti internazionali.

Il Brasile possiede una dimensione economica, diplomatica e ambientale che gli assegna una responsabilità particolare. Una sua rinuncia all’autonomia ridurrebbe gli spazi di mediazione dell’intera regione. La lotta alla criminalità potrebbe diventare la porta d’ingresso per una dipendenza strategica più ampia; il rapporto con gli altri partner internazionali potrebbe essere subordinato alle contrapposizioni di Washington; l’integrazione latinoamericana rischierebbe di cedere il passo a una rete di rapporti bilaterali nella quale ciascuno tratta separatamente con la potenza dominante. Sono rischi politici, non conseguenze già scritte. Proprio per questo devono essere discussi prima del voto.

L’amicizia con gli Stati Uniti può essere utile e feconda. Ma un popolo non diventa adulto cercando un tutore. La medesima esigenza di autonomia vale nei confronti di qualsiasi potenza: sostituire una dipendenza con un’altra non restituisce dignità. Il Brasile dovrebbe poter dialogare con tutti conservando la facoltà di dissentire, soprattutto quando gli interessi del partner entrano in conflitto con quelli dei propri cittadini.

All’altro estremo di questa geografia del potere c’è Cuba. La crisi energetica, aggravata dal blocco statunitense dei combustibili, colpisce anche l’approvvigionamento idrico e le condizioni sanitarie: una pressione internazionale arriva così dentro le case, nei frigoriferi spenti, nell’acqua che manca, nella vita quotidiana dei più vulnerabili. Le responsabilità del governo cubano restano discutibili e giudicabili. Ma nessuna responsabilità governativa rende moralmente accettabile usare la sofferenza della popolazione come strumento di pressione.

Per una coscienza cattolica il criterio dovrebbe essere limpido. La fame non acquista legittimità quando viene inflitta in nome della libertà. Il bambino che manca del necessario non può diventare il mezzo attraverso cui piegare un governo. Chi rivendica la difesa della vita deve riconoscerla anche quando quella vita abita nel Paese sbagliato rispetto alle proprie alleanze. La dignità umana precede la convenienza geopolitica.

È lo stesso criterio che deve orientare lo sguardo sul Brasile. Una lettura cattolica non assegna patenti di cristianesimo ai partiti e non concede assoluzioni preventive a chi esibisce devozione. Interroga le decisioni: tutelano la vita, sostengono le famiglie, proteggono il lavoro, custodiscono il creato, rispettano la libertà e la dignità delle persone? La fede entra nello spazio pubblico con tutta la propria forza quando impedisce al potere di farsi assoluto.

Anche la domanda di sicurezza merita questo discernimento. Chi vive nei quartieri esposti alla violenza ha diritto alla protezione dello Stato. Liquidarne la paura come un sentimento reazionario è un privilegio di chi può permettersi di abitare altrove. Ma proteggere i cittadini richiede istituzioni affidabili, giustizia efficace e contrasto alle reti economiche del crimine. La violenza arbitraria può produrre consenso immediato; lascia però una società nella quale il diritto dipende da chi impugna la forza.

Flávio Bolsonaro dovrebbe dunque essere misurato sulla sostanza della sua proposta. Il Brasile chiede un futuro: quale futuro riceverebbe da un progetto che si limitasse a restaurare una famiglia e a importare il linguaggio politico di Trump? Sarebbe davvero l’elefante che partorisce il topolino: l’enormità delle attese nazionali ridotta alla piccolezza di una successione domestica. Il rischio non riguarda la sua età o il solo cognome, ma la sproporzione tra la grandezza del Paese e l’orizzonte offerto per governarlo.

Lula, da parte sua, non può chiedere un nuovo mandato soltanto come argine. Deve spiegare che cosa intende aprire: quali responsabilità affiderà a una nuova generazione, quali errori correggerà, come renderà il proprio campo capace di camminare senza di lui. La difesa della democrazia acquista credibilità quando offre ai cittadini la possibilità concreta di partecipare al futuro.

Il Brasile ha bisogno di una classe dirigente all’altezza della sua gente, delle sue risorse e delle sue contraddizioni. Una politica capace di ascoltare chi ha fame senza amministrarne la dipendenza, di proteggere chi ha paura senza educarlo all’odio, di cooperare con le potenze senza inchinarsi. È su questa capacità che dovrebbe misurarsi la grandezza di un presidente.

Il 25 ottobre si sceglierà chi governerà il Brasile. La questione più profonda è se un gigante saprà tornare a generare futuro, invece di contendersi il passato e cercare protezione all’estero.