Mosca invoca cooperazione con l’Occidente, ma promette di ottenere militarmente ciò che non riuscirà a conseguire attraverso la diplomazia. Nell’intervista alla televisione iraniana emerge una contraddizione che riguarda ogni potenza: chiedere rispetto per la propria sovranità e disporre di quella altrui.

La frase più importante arriva dopo le rassicurazioni. La Russia desidera dialogo, cooperazione, rapporti normali, afferma Dmitry Medvedev. Poi, parlando delle condizioni imposte all’Ucraina, aggiunge: «Se ciò non accadrà, lo faremo militarmente». È in questo passaggio che la promessa di pace rivela il proprio limite: all’interlocutore viene lasciata la possibilità di accettare, mentre il rifiuto mantiene aperta la strada delle armi.

Nell’intervista alla televisione iraniana IRIB, ripresa dalla TASS il 4 ottobre, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo affianca l’auspicio di relazioni distese con l’Occidente alla riaffermazione delle condizioni di Mosca sull’Ucraina. Neutralità, rinuncia alle armi nucleari, cambiamento dell’indirizzo politico e riconoscimento delle rivendicazioni territoriali russe compongono il quadro proposto. La minaccia del ricorso alla forza ne costituisce la clausola conclusiva. Chiamare tutto questo disponibilità al dialogo richiede almeno una precisazione: quanto spazio rimane per una trattativa, se il risultato viene dichiarato obbligatorio prima ancora di cominciarla?

La diplomazia conosce posizioni iniziali rigide, richieste massimaliste, tentativi di condizionare il negoziato. Sarebbe ingenuo stupirsene. Ma il linguaggio pubblico conta, perché prepara le opinioni, stabilisce ciò che viene considerato accettabile, educa alla convivenza oppure alla sopraffazione. Quando la pace viene presentata come adesione alle condizioni del più forte, si rischia di trasformare il negoziato nella semplice certificazione di un rapporto di potenza. Una pace durevole richiede invece che anche la parte più esposta possa riconoscersi nell’accordo, ricevere garanzie e conservare un futuro.

Il passaggio sui territori rende evidente il problema. Medvedev richiama la Costituzione russa come fondamento delle pretese di Mosca. Eppure l’inserimento di un territorio nella legislazione nazionale non determina, da solo, il riconoscimento internazionale della sua appartenenza. Il 12 ottobre 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il tentativo di annessione delle regioni ucraine di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia. Questo precedente impedisce di raccontare la controversia come una semplice restituzione amministrativa di quanto già pacificamente riconosciuto.

Dentro quei nomi geografici vivono persone. Ci sono case, cimiteri, memorie familiari, lingue parlate a tavola, appartenenze intrecciate. La tutela delle comunità russofone è una questione che merita strumenti di garanzia e verifiche concrete. L’accusa di un divieto generalizzato di tutto ciò che è russo rimane invece, nel testo dell’intervista, un’affermazione politica di Medvedev: non può essere assunta automaticamente come descrizione completa della realtà. I diritti linguistici vanno difesi attraverso diritti esigibili, protezione delle minoranze e accordi controllabili. Usarli come giustificazione permanente della guerra espone proprio le popolazioni che si dichiara di voler proteggere a nuove sofferenze.

C’è tuttavia un errore speculare dal quale guardarsi: ritenere che le contraddizioni di Mosca rendano inutile qualsiasi interlocuzione. Si negozia proprio quando la fiducia è compromessa e le responsabilità sono gravi. La ricerca della pace domanda la capacità di parlare anche con chi minaccia, senza adottarne il linguaggio e senza abbandonare chi subisce la minaccia. Occorrono pazienza, fermezza, garanzie reciproche, passaggi verificabili. Ogni apertura dichiarata può essere messa alla prova: protezione dei civili, intese umanitarie, riduzione delle ostilità, disponibilità a un confronto che abbia conseguenze sul terreno.

Anche il richiamo alla multipolarità merita di essere preso sul serio e sottoposto a una domanda esigente. Un ordine internazionale nel quale più Paesi abbiano voce può correggere squilibri e pretese egemoniche. Ma che cosa accadrebbe se al monopolio di una potenza subentrasse un accordo fra potenze, ciascuna libera di dominare il proprio vicinato? I popoli più piccoli continuerebbero a pagare. La qualità di un ordine mondiale si misura dalla protezione offerta a chi dispone di meno forza. Se la sovranità vale per Mosca e Teheran, deve valere anche per Kyiv; se vale contro le imposizioni occidentali, deve valere contro quelle provenienti da qualunque altra capitale.

Medvedev sostiene inoltre che la guerra in Medio Oriente possa spingere altri Stati a cercare la protezione dell’arma nucleare. È una previsione da valutare, non un esito già dimostrato per tutti i Paesi coinvolti. La questione che solleva è però drammatica: quale messaggio riceve uno Stato quando arriva a convincersi che soltanto la capacità di provocare una catastrofe possa garantirgli la sopravvivenza? La risposta dovrebbe impegnare tutte le potenze a rendere credibili le garanzie di sicurezza e i limiti all’uso della forza. Ogni eccezione costruita per il proprio interesse indebolisce la regola che si vorrebbe imporre agli altri.

Lo stesso vale per l’economia. È legittimo discutere efficacia, costi e conseguenze delle sanzioni, così come chiedere trasparenza sugli interessi legati al riarmo. L’Europa deve poter interrogare le proprie scelte senza essere accusata di slealtà ogni volta che qualcuno domanda una strategia diplomatica. Ma attribuire la rottura dei rapporti esclusivamente alle decisioni europee cancella dal ragionamento la responsabilità russa nella guerra. Una valutazione seria deve tenere insieme cause, reazioni ed effetti sulle popolazioni. Le famiglie impoverite, in qualunque Paese vivano, non sono una rivincita della quale compiacersi.

Per una coscienza cristiana il criterio rimane la persona, mai sacrificabile al prestigio di uno Stato. Le vite ucraine, russe, iraniane, israeliane e di ogni altro popolo possiedono la stessa dignità. Questa universalità rende il giudizio più rigoroso: obbliga a riconoscere ogni vittima, a distinguere le responsabilità, a rifiutare l’indulgenza riservata al proprio schieramento. Anche l’invocazione di Dio, così facilmente introdotta nei discorsi dei governanti, dovrebbe ricordare anzitutto il limite del potere e il dovere di rispondere delle proprie azioni.

Le dichiarazioni di Medvedev meritano dunque una risposta diplomatica concreta e una lettura senza illusioni. Se Mosca desidera cooperazione, contribuisca a costruirne le condizioni. Se l’Occidente vuole un ordine fondato sul diritto, ne accetti i vincoli anche quando risultano scomodi. La pace acquista credibilità quando chi la pronuncia accetta di limitare la propria forza. Finché all’altro si concede soltanto di scegliere come sottomettersi, la guerra continua a parlare, anche quando usa il vocabolario del dialogo.

Il dialogo con Mosca resta necessario. Per diventare una strada di pace deve riconoscere diritti, responsabilità e garanzie reciproche: la sovranità dei popoli non può dipendere dalla potenza di chi li circonda.