Dai due bolzanini alle quattro italiane, la solidarietà sotto accusa

Alberto e Manuel Tartarotti, padre e figlio di Bolzano, denunciano violenze e ricevono un divieto d’ingresso decennale. Altre quattro italiane vengono fermate a sud di Hebron e la Farnesina interviene. Israele invoca zone militari interdette e sospetti di terrorismo, mentre si moltiplicano i fermi degli osservatori internazionali. Dietro la controversia sulla sicurezza si apre una questione più profonda: il diritto dei palestinesi a coltivare la propria terra e quello del mondo a conoscere ciò che accade nei territori occupati.

Ci sono luoghi nei quali persino raccogliere olive può diventare un affare di sicurezza nazionale. E ci sono momenti nei quali la presenza di un volontario straniero, arrivato per accompagnare dei contadini nei campi, finisce per suscitare una reazione militare che sarebbe difficile immaginare in un qualsiasi altro contesto agricolo.

La Cisgiordania occupata è diventata anche questo. Una terra nella quale il confine tra sicurezza e controllo della vita civile si fa sempre più controverso, dove una tradizione millenaria come la raccolta delle olive può essere subordinata ad autorizzazioni militari e dove chi intende documentare le condizioni della popolazione palestinese rischia di ritrovarsi in una stazione di polizia, su un aereo per l’espulsione o con un divieto pluriennale di rientro.

La vicenda di Alberto e Manuel Tartarotti, padre e figlio di Bolzano, rispettivamente di 67 e 35 anni, è diventata emblematica di questa situazione. Arrivati in Cisgiordania per consegnare aiuti e sostenere le attività della resistenza nonviolenta palestinese, sono stati fermati dalle autorità israeliane, interrogati ed espulsi, con un divieto d’ingresso in Israele di dieci anni.

Manuel denuncia di essere stato bendato e picchiato durante il trasferimento su un mezzo militare. Racconta di essere stato sottoposto a schedatura, rilievo delle impronte digitali e prelievo del DNA, prima di trascorrere diverse ore ammanettato insieme al padre.

Sono accuse gravi, che richiedono una verifica indipendente. Ma la vicenda assume una dimensione ancora più significativa alla luce degli sviluppi del 22 ottobre.

Altre quattro cittadine italiane sono state fermate dalle autorità israeliane nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron. La Farnesina ha attivato immediatamente l’ambasciata italiana a Tel Aviv e il consolato generale a Gerusalemme per accertare le circostanze dell’operazione e ottenere informazioni sulle condizioni delle connazionali.

Non si tratta dunque soltanto del caso di due bolzanini coinvolti in una controversia con le autorità militari. Si delinea una sequenza di operazioni che interessa volontari, osservatori internazionali e persone impegnate ad affiancare la popolazione palestinese durante una delle attività più importanti della sua economia rurale.

La versione israeliana: zone militari chiuse e accuse di attività ostili

Le autorità israeliane presentano una ricostruzione nettamente diversa da quella degli attivisti.

Secondo una nota della polizia, il gruppo fermato nell’area di Hebron avrebbe violato la legge entrando senza coordinamento in una zona militare chiusa e rifiutando gli ordini impartiti dai soldati dell’IDF.

Undici attivisti stranieri e un palestinese risultano coinvolti nell’operazione descritta dal comunicato. Alcuni dei fermati vengono accusati dalle autorità di promuovere il terrorismo, esaltare autori di attentati o partecipare ad attività di organizzazioni considerate ostili a Israele.

La polizia sostiene che i volontari avrebbero utilizzato la raccolta delle olive come copertura per comportamenti illegali e annuncia procedure di espulsione.

Sono contestazioni che devono essere riportate integralmente, perché costituiscono la posizione ufficiale israeliana. Ma devono essere altrettanto rigorosamente distinte dalle responsabilità effettivamente accertate.

L’esistenza di una zona militare interdetta non dimostra, di per sé, il coinvolgimento di chi vi entra in attività terroristiche. E l’eventuale inosservanza di un ordine militare non può automaticamente trasformare un volontario in un soggetto pericoloso per la sicurezza dello Stato.

Occorre sapere quali comportamenti siano stati concretamente contestati a ciascuna persona, quali prove siano state raccolte e quali garanzie siano state offerte agli interessati.

Soprattutto, le accuse rivolte ad alcuni componenti di un gruppo non possono essere indiscriminatamente estese a tutti i presenti.

È una distinzione elementare del diritto, ma diventa decisiva quando entra in gioco una parola grave come terrorismo.

Quattro italiane fermate e la Farnesina costretta a intervenire

Il nuovo fermo delle quattro connazionali nel villaggio di al-Bweib amplia la dimensione diplomatica della vicenda.

Secondo le informazioni comunicate dal ministero degli Esteri, le donne si trovano in una stazione di polizia israeliana. Le rappresentanze diplomatiche italiane hanno chiesto chiarimenti urgenti sulle circostanze del fermo.

La polizia israeliana ha annunciato l’intenzione di allontanare gli attivisti stranieri, ma il provvedimento definitivo riguardante le quattro italiane richiede ancora conferme.

È un passaggio che merita attenzione.

L’Italia non deve pronunciarsi preventivamente sulla colpevolezza o sull’innocenza delle proprie cittadine, ma ha il dovere di verificarne le condizioni di detenzione, assicurare l’assistenza consolare e chiedere che qualsiasi misura restrittiva sia motivata e proporzionata.

Le relazioni diplomatiche con Israele non possono tradursi in un’attenuazione delle garanzie dovute ai cittadini italiani.

Né si può considerare normale che una missione di solidarietà internazionale finisca per richiedere sistematicamente l’intervento di ambasciate e consolati.

Se le autorità israeliane ritengono che siano state commesse violazioni, devono illustrarle attraverso elementi verificabili. Se invece non emergono responsabilità individuali sufficientemente documentate, rimane aperta la questione della necessità e della proporzionalità dei provvedimenti.

Novanta volontari fermati: nella rete anche un candidato americano

A rendere ancora più significativo il quadro contribuisce un’ulteriore operazione, condotta il 21 ottobre, nella quale sono stati fermati circa ottanta-novanta volontari impegnati nella raccolta delle olive.

Tra loro figurava Brad Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti, fermato dalle forze israeliane nella zona di Nahalin, nei pressi dell’insediamento di Beitar Illit.

Lander è stato successivamente rilasciato, mentre altri partecipanti hanno dovuto affrontare procedure e restrizioni differenti.

Anche in questo caso le autorità israeliane hanno richiamato l’assenza del coordinamento richiesto per svolgere attività agricole nell’area interessata.

Il fatto che tra i fermati vi fossero anche rabbini e attivisti israeliani rende particolarmente evidente una circostanza: il dissenso verso la gestione israeliana della Cisgiordania non coincide necessariamente con un’ostilità verso Israele, e tanto meno verso l’ebraismo.

Esistono cittadini ebrei, israeliani e rappresentanti religiosi che contestano apertamente le politiche di occupazione e scelgono di affiancare i palestinesi attraverso iniziative nonviolente.

È una realtà che andrebbe valorizzata anche nel dibattito pubblico europeo, troppo spesso dominato da rappresentazioni nelle quali le identità religiose e nazionali diventano blocchi apparentemente indivisibili.

Non tutti gli israeliani condividono le politiche del proprio governo. Non tutti i palestinesi sostengono le organizzazioni armate. E la solidarietà con i civili palestinesi non equivale, per definizione, a un atteggiamento ostile verso la popolazione israeliana.

Queste distinzioni non indeboliscono l’informazione. La rendono più fedele alla realtà.

L’ulivo, la terra e il diritto di esistere

Al centro di queste vicende rimane una questione apparentemente semplice: la possibilità di raccogliere i frutti degli alberi.

In Cisgiordania l’ulivo non è soltanto una risorsa economica. È una forma di continuità familiare, un patrimonio tramandato tra generazioni, un segno materiale della relazione tra le comunità palestinesi e il proprio territorio.

La stagione della raccolta costituisce quindi un momento decisivo per molte famiglie.

Ma proprio in questo periodo si intensificano gli episodi di violenza, gli ostacoli all’accesso ai terreni e le controversie sulle autorizzazioni.

Le Nazioni Unite hanno documentato, tra settembre e ottobre, centinaia di episodi di violenza collegati alla raccolta delle olive, con agricoltori feriti, alberi danneggiati e danni alle proprietà.

La situazione diventa ancora più delicata nelle aree in cui la presenza degli insediamenti israeliani e le restrizioni militari rendono difficile l’accesso alle coltivazioni.

In tali circostanze, accompagnare un contadino nel proprio uliveto può assumere un significato che supera l’aiuto materiale.

Può significare offrirgli una presenza capace di documentare eventuali aggressioni e contribuire alla sua sicurezza.

È precisamente questa funzione che molti volontari internazionali dichiarano di voler svolgere.

La loro presenza, naturalmente, non li esonera dal rispetto delle disposizioni legittimamente applicabili. Ma pone una domanda che non può essere elusa: in quale misura tali disposizioni siano compatibili con i diritti della popolazione civile di un territorio occupato.

Quando l’accesso alla terra diventa sempre più difficile, la questione agricola si trasforma inevitabilmente in una questione umana e politica.

Heidi Levine e i testimoni diventati bersagli

Il clima di crescente tensione non riguarda soltanto gli attivisti.

Il 16 ottobre la fotoreporter statunitense Heidi Levine, impegnata nella documentazione delle aggressioni ai palestinesi durante la raccolta delle olive, è stata attaccata da coloni israeliani nella zona di Abu Falah, in Cisgiordania.

L’episodio ha suscitato reazioni anche negli Stati Uniti, dove è stata chiesta alle autorità israeliane una risposta efficace contro le violenze dei coloni.

Altri episodi hanno coinvolto delegazioni diplomatiche europee.

Non si tratta di fatti identici: gli attacchi compiuti da coloni e le operazioni condotte dalle autorità militari appartengono a piani differenti e richiedono accertamenti distinti.

Tuttavia, considerati nel loro insieme, pongono una questione riguardante le condizioni di sicurezza di chi svolge attività di documentazione, assistenza e osservazione nella Cisgiordania occupata.

Un territorio nel quale giornalisti, volontari e osservatori incontrano ostacoli crescenti rischia di diventare anche un territorio meno trasparente.

E la trasparenza rappresenta una garanzia non soltanto per chi denuncia eventuali abusi, ma anche per le autorità chiamate a dimostrare la correttezza delle proprie operazioni.

Il monito di Alexander Langer e la forza della nonviolenza

La provenienza dei Tartarotti aggiunge alla vicenda un riferimento culturale particolarmente significativo.

Padre e figlio arrivano da Bolzano, città legata alla memoria di Alexander Langer, intellettuale, ambientalista e costruttore di ponti tra comunità differenti.

L’associazione palestinese Youth of Sumud, che i due erano andati a sostenere, ha ricevuto nel 2024 il premio internazionale dedicato proprio a Langer.

Non è una coincidenza priva di significato.

Langer aveva fatto della convivenza, della mediazione e del superamento delle contrapposizioni etniche alcuni dei punti essenziali del proprio impegno.

La sua esperienza insegna che le differenze non si eliminano con la forza e che la pace richiede un paziente lavoro di riconoscimento reciproco.

Naturalmente la vicenda altoatesina non è sovrapponibile alla questione israelo-palestinese. Differenti sono le condizioni storiche, giuridiche e politiche.

Ma il principio della convivenza conserva il proprio valore.

La nonviolenza non è una semplice dichiarazione d’intenti. Richiede presenza, responsabilità, disponibilità a esporsi e capacità di mantenere aperti spazi di relazione dove prevalgono paura e ostilità.

È questo il patrimonio ideale al quale molti volontari internazionali dichiarano di richiamarsi.

Israele, la sicurezza e il limite del potere militare

Il diritto alla sicurezza della popolazione israeliana non può essere messo in discussione. Gli attentati contro i civili e le organizzazioni responsabili di violenze devono essere contrastati nel rispetto del diritto.

Ma la sicurezza non costituisce un principio capace di annullare tutti gli altri.

Le autorità israeliane esercitano in Cisgiordania poteri che incontrano precisi limiti nel diritto internazionale umanitario. La protezione della popolazione civile, la proporzionalità delle restrizioni e il rispetto delle garanzie individuali non sono concessioni facoltative.

Sono obblighi giuridici.

Per questo il fermo dei volontari stranieri solleva interrogativi che non possono essere risolti semplicemente invocando l’ingresso in una zona militare.

Occorre comprendere se i divieti fossero chiaramente comunicati, quali esigenze concrete li giustificassero e se le modalità operative fossero appropriate.

Nel caso dei Tartarotti si aggiunge la denuncia di maltrattamenti, che necessita di accertamenti indipendenti.

Nel caso delle quattro italiane rimangono da chiarire le contestazioni individuali e l’esito delle procedure annunciate.

La credibilità delle autorità di sicurezza si misura anche dalla capacità di rendere conto delle proprie decisioni.

La domanda rivolta all’Italia e all’Europa

La successione di episodi impone infine una riflessione sulle responsabilità europee.

L’Italia, insieme a Francia, Germania e Regno Unito, ha più volte espresso contrarietà all’espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati, richiamando il rispetto del diritto internazionale e la necessità di salvaguardare le prospettive di una soluzione politica del conflitto.

Ma le dichiarazioni diplomatiche devono trovare una corrispondenza nella tutela concreta delle persone.

Quando cittadini europei vengono fermati durante attività umanitarie, la risposta non dovrebbe limitarsi all’assistenza necessaria per il loro rimpatrio.

Occorre anche interrogarsi sulle condizioni strutturali che rendono queste missioni sempre più difficili e sulle garanzie disponibili per la popolazione palestinese.

La questione non può essere ridotta a una disputa tra governi.

Riguarda la libertà di documentazione, l’accesso ai terreni agricoli, la protezione delle comunità vulnerabili e la possibilità di esercitare una solidarietà civile nonviolenta.

Riguarda, in definitiva, la dignità delle persone.

La pace si misura anche tra gli ulivi

La storia dei due bolzanini e quella delle quattro italiane fermate a sud di Hebron non possono essere comprese senza considerare il contesto nel quale si sono svolte.

Da una parte vi sono le autorità israeliane, che rivendicano ragioni di sicurezza, contestano violazioni delle disposizioni militari e formulano accuse gravi nei confronti di alcuni attivisti.

Dall’altra vi sono volontari che dichiarano di essere arrivati per sostenere famiglie palestinesi, accompagnare la raccolta delle olive e documentare una realtà spesso sottratta all’attenzione internazionale.

Tra queste due versioni occorrono verifiche, garanzie e responsabilità individuali. Non bastano le etichette.

La questione più ampia resta però quella della Cisgiordania occupata, dove la vita quotidiana di migliaia di persone continua a essere condizionata da restrizioni, violenze e incertezze sul futuro.

L’episodio dei Tartarotti ricorda quanto facilmente una missione civile possa trasformarsi in un caso diplomatico. I nuovi fermi mostrano che il problema coinvolge una comunità internazionale più vasta.

E le testimonianze delle aggressioni contro gli agricoltori richiamano l’attenzione su quanti non dispongono di un passaporto straniero o di un’ambasciata pronta a intervenire.

Per loro non esiste un volo di ritorno capace di interrompere l’esperienza dell’occupazione.

La loro casa è lì. I loro ulivi sono lì. Il loro futuro dipende anche dalla possibilità di continuare a vivere e lavorare su quella terra.

Una pace credibile non può limitarsi a promettere la fine delle guerre. Deve rendere possibile anche la normalità: andare a scuola, raggiungere un campo, custodire un albero, raccoglierne i frutti senza temere violenze.

Se una comunità non riesce più a compiere questi gesti elementari senza ricorrere alla protezione di osservatori stranieri, significa che la pace resta ancora lontana.

Ed è forse questa l’immagine più eloquente della Cisgiordania di oggi: non quella di un campo di battaglia, ma di un uliveto nel quale la presenza di un soldato, di un volontario e di un contadino racconta quanto sia diventato difficile perfino il diritto alla vita ordinaria.