Ebrei e musulmani non sono estranei, ma interlocutori di pace

Dall’incontro del Papa con l’American Jewish Committee alla presentazione delle Schede per conoscere l’islam promosse dalla CEI e dal PISAI: due iniziative ravvicinate che rilanciano l’eredità del Concilio Vaticano II. La Chiesa non rinuncia alla propria identità, ma rifiuta che le differenze religiose diventino strumenti di ostilità. Una scelta ecclesiale e culturale che assume un significato particolarmente profetico in un mondo attraversato da guerre, nazionalismi e nuove forme di intolleranza.

C’è una coincidenza, nel calendario ecclesiale di questi giorni, che merita di essere sottratta alla cronaca ordinaria. Il 21 ottobre, a Palazzo Borromeo, il cardinale Matteo Zuppi partecipa alla presentazione delle Schede per conoscere l’islam, elaborate dalla Conferenza episcopale italiana e dal Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica. Il giorno seguente, 22 ottobre, Leone XIV riceve in Vaticano una delegazione dell’American Jewish Committee e ribadisce che la Chiesa non tollera l’antisemitismo, ma lo combatte in nome del Vangelo.

Due appuntamenti distinti, due interlocutori religiosi differenti, due modalità di intervento. Eppure un’unica visione ecclesiale: la pace non nasce dalla cancellazione delle differenze, ma dalla capacità di riconoscere nell’altro una dignità che precede ogni divergenza.

Sarebbe riduttivo considerare il primo appuntamento un’iniziativa educativa e il secondo un gesto di cortesia diplomatica. Entrambi appartengono a un processo più profondo, attraverso il quale la Chiesa cattolica continua a interrogarsi sul proprio modo di abitare la storia, di annunciare il Vangelo e di rapportarsi a comunità religiose con le quali condivide radici spirituali, valori morali e responsabilità pubbliche, pur conservando differenze teologiche essenziali.

Il collegamento non consiste nell’attribuire al Papa la paternità diretta di ogni iniziativa ecclesiastica. Leone XIV agisce personalmente nell’incontro con la delegazione ebraica; Zuppi interviene come presidente della CEI in una proposta elaborata insieme al PISAI, istituzione pontificia specializzata negli studi islamici. Non una medesima iniziativa istituzionale, dunque, ma una significativa convergenza di orientamento ecclesiale, nella continuità del magistero conciliare e dell’indirizzo della Santa Sede.

Un antisemitismo incompatibile con il Vangelo

Il richiamo di Leone XIV acquista un significato particolare nel contesto delle profonde lacerazioni che attraversano il Medio Oriente e delle tensioni che ne derivano anche nelle società occidentali.

Affermare che la Chiesa combatte l’antisemitismo per fedeltà al Vangelo significa collocare il rifiuto dell’odio antiebraico non nell’ambito delle convenienze diplomatiche, ma nel cuore dell’identità cristiana.

Il cristianesimo non può comprendere se stesso prescindendo dalla propria origine ebraica. Gesù di Nazaret appartiene al popolo d’Israele. Maria, gli apostoli, le prime comunità cristiane sono parte di quella storia religiosa dalla quale la fede della Chiesa ha ricevuto le Scritture e la promessa dell’alleanza.

L’ebraismo, pertanto, non è semplicemente una religione tra le altre con la quale intrattenere rapporti di buon vicinato. La relazione ebraico-cristiana possiede una singolarità teologica che nessuna diplomazia può esaurire.

Leone XIV richiama opportunamente Giovanni Paolo II, ricordato proprio il 22 ottobre nel calendario liturgico. Non è un riferimento ornamentale. Il Pontefice polacco contribuì a trasformare la riconciliazione ebraico-cristiana in una dimensione riconoscibile della testimonianza pubblica della Chiesa.

La lezione rimane attualissima. Condannare l’antisemitismo non significa sospendere il giudizio morale sulle scelte di uno Stato. La critica delle politiche del governo israeliano, quando è fondata sui fatti e sul diritto internazionale, non può essere automaticamente equiparata all’ostilità verso gli ebrei. Ma neppure la denuncia delle ingiustizie può diventare un pretesto per colpevolizzare collettivamente un popolo o una comunità religiosa.

È proprio qui che le parole di Leone XIV mostrano la loro portata: le divergenze, anche radicali, non autorizzano la trasformazione dell’interlocutore in nemico.

In tempi nei quali il conflitto israelo-palestinese alimenta contrapposizioni identitarie ben oltre i suoi confini geografici, la Chiesa richiama un principio che dovrebbe appartenere alla coscienza morale universale: nessuna sofferenza innocente giustifica l’odio contro altri innocenti.

Zuppi e la rivoluzione silenziosa della conoscenza

Se Leone XIV indica il limite morale che non può essere oltrepassato, l’iniziativa presentata da Zuppi interviene sulle condizioni culturali che consentono di rispettarlo.

Le undici schede dedicate alla conoscenza dell’islam non sono una raccolta di informazioni esotiche destinate a soddisfare qualche curiosità religiosa. Nascono dall’esigenza di offrire agli insegnanti strumenti affidabili per affrontare una realtà che appartiene ormai stabilmente alla vita sociale italiana.

Il metodo adottato è particolarmente significativo: cristiani e musulmani hanno lavorato insieme alla stesura dei testi, affrontando le divergenze senza eliminarle artificialmente.

È forse questo l’aspetto più innovativo dell’iniziativa. Non si tratta di parlare dell’altro dall’esterno, riducendolo a oggetto di osservazione, ma di costruire una conoscenza nella quale anche l’altro possa riconoscere la propria identità.

Quando Zuppi denuncia un’ignoranza che troppo spesso finisce per insegnare nelle scuole, individua una questione che supera l’ambito confessionale. Il pregiudizio contemporaneo non nasce soltanto dalla mancanza di informazioni, ma anche dalla loro deformazione sistematica.

L’islam viene frequentemente raccontato attraverso il terrorismo, l’immigrazione, la sicurezza o le tensioni geopolitiche. Certamente questi temi possono richiedere analisi serie e critiche, ma sarebbe culturalmente scorretto pretendere di comprendere una tradizione religiosa attraverso le sue sole manifestazioni conflittuali.

Significherebbe commettere nei confronti dei musulmani lo stesso errore che il cristianesimo ha spesso subito quando è stato giudicato esclusivamente attraverso le proprie pagine storiche più oscure.

La conoscenza non assolve automaticamente nessuno dalle proprie responsabilità. Permette, però, di distinguere tra una fede e le sue strumentalizzazioni, tra una comunità e le azioni di alcuni suoi membri, tra la legittima critica delle dottrine e la discriminazione delle persone.

Portare nelle scuole questa distinzione significa intervenire sulla formazione delle coscienze prima che la diffidenza diventi ostilità e l’ostilità si trasformi in esclusione.

Nostra aetate, una profezia ancora incompiuta

C’è un elemento storico che rende ancora più eloquente questa convergenza: entrambe le iniziative si collocano a sessantuno anni dalla promulgazione di Nostra aetate, la dichiarazione del Concilio Vaticano II che il 28 ottobre 1965 inaugurò una nuova stagione nei rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane.

Non fu un semplice aggiornamento del linguaggio ecclesiastico. Fu una maturazione dell’autocomprensione della Chiesa, chiamata a riconoscere che la fedeltà alla propria missione non richiede la svalutazione dell’esperienza religiosa altrui.

Questa eredità è stata recentemente ripresa dalla nota interdicasteriale del 16 settembre 2026, Un cammino di speranza. Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra aetate. Il documento ricorda che il dialogo non costituisce una concessione tattica alla modernità, ma appartiene all’autentica testimonianza evangelica.

La continuità è impressionante. Giovanni XXIII avviò un cammino di riconciliazione con il popolo ebraico, Paolo VI ne consolidò le strutture istituzionali, Giovanni Paolo II conferì al dialogo una dimensione profetica anche attraverso l’incontro di Assisi del 1986, Benedetto XVI ne sottolineò le esigenze di verità e ragione, Francesco lo sviluppò nella prospettiva della fraternità umana.

Leone XIV sembra raccogliere questa eredità con una sensibilità particolarmente attenta alla responsabilità morale delle religioni nella società contemporanea.

Ma c’è anche un passaggio ulteriore. Il dialogo non è più soltanto l’incontro tra autorità religiose, documenti firmati o fotografie di rappresentanti delle diverse confessioni. Diventa formazione degli insegnanti, educazione degli studenti, conoscenza delle tradizioni, capacità di vivere insieme.

In altri termini, passa dalle dichiarazioni ai comportamenti.

È il passaggio da una diplomazia dell’incontro a una pedagogia della convivenza.

La Santa Sede davanti alla tentazione dello scontro di civiltà

Il significato politico, nel senso più alto del termine, di questa prospettiva non può essere ignorato.

Viviamo in un’epoca nella quale le appartenenze religiose vengono frequentemente trasformate in strumenti di mobilitazione politica. L’ebraismo rischia di essere identificato impropriamente con le decisioni di uno Stato, l’islam con le manifestazioni dell’estremismo, il cristianesimo con progetti di egemonia culturale o di nazionalismo identitario.

È una triplice deformazione che finisce per compromettere la libertà delle religioni e la qualità della convivenza democratica.

La Chiesa, attraverso queste iniziative, propone un’altra strada. Non chiede di rinunciare alle convinzioni, né pretende di occultare le divergenze. Chiede che le differenze non diventino una giustificazione dell’inimicizia.

Si tratta di una presa di posizione particolarmente significativa in un mondo nel quale persino la parola dialogo viene talvolta guardata con sospetto, quasi fosse sinonimo di cedimento, ambiguità o relativismo.

Eppure il dialogo autentico presuppone esattamente il contrario. Per incontrare qualcuno occorre sapere chi si è. Un’identità fragile considera ogni differenza una minaccia; un’identità consapevole può riconoscere l’altro senza dissolversi.

Da questo punto di vista, la Chiesa non propone un generico umanitarismo religioso. Annuncia piuttosto una conseguenza concreta della propria visione dell’uomo: la dignità della persona non dipende dalla fede che professa, dalla comunità alla quale appartiene o dalla prossimità delle sue convinzioni alle nostre.

La relazione con il popolo ebraico conserva la propria specificità teologica; quella con i musulmani presenta caratteristiche differenti, fondate anche sul riconoscimento di importanti riferimenti religiosi comuni. Non sono rapporti intercambiabili, né le rispettive tradizioni possono essere appiattite in una indistinta spiritualità universale.

Ciò che li unisce è la convinzione che la diversità religiosa non debba necessariamente produrre conflitto.

E che la violenza commessa nel nome di Dio costituisca una contraddizione della sua invocazione.

La libertà religiosa deve essere reciproca

Naturalmente sarebbe ingenuo immaginare che il dialogo possa risolversi nella cordialità degli incontri o nella produzione di nuovi materiali didattici.

La sua credibilità si misura anche sulle questioni difficili: la libertà di coscienza, la possibilità di cambiare religione, la tutela delle minoranze, il rispetto dei luoghi di culto, la condizione delle donne, i diritti dei credenti e dei non credenti.

Un autentico confronto interreligioso non può pretendere libertà e rispetto dove una comunità è minoranza e ignorare gli stessi diritti dove diventa maggioranza.

La reciprocità non deve trasformarsi in una condizione preliminare per riconoscere la dignità altrui, ma rimane una responsabilità morale da promuovere con perseveranza.

Anche su questo terreno la Santa Sede può esercitare una funzione preziosa: ricordare alle istituzioni politiche e alle comunità religiose che nessuna appartenenza collettiva autorizza a comprimere i diritti fondamentali della persona.

È una questione che riguarda le società occidentali, chiamate a contrastare antisemitismo e islamofobia, ma anche i Paesi nei quali cristiani e altre minoranze religiose incontrano ostacoli nell’esercizio pubblico della propria fede.

La fraternità non può essere selettiva.

La sfida della comunicazione: disarmare le parole prima delle coscienze

Esiste infine un aspetto che rende queste iniziative particolarmente attuali nel contesto della comunicazione digitale.

Il pregiudizio religioso non si trasmette più soltanto attraverso stereotipi familiari, rappresentazioni scolastiche o propaganda politica. Oggi viaggia attraverso video decontestualizzati, titoli costruiti per suscitare indignazione, immagini manipolate, generalizzazioni diffuse sui social network e contenuti generati dall’intelligenza artificiale.

Le piattaforme possono amplificare ciò che divide molto più rapidamente di quanto le istituzioni educative riescano a spiegare ciò che unisce.

In tale scenario, le schede sull’islam assumono un valore che supera il loro impiego scolastico. Rappresentano un modello di comunicazione costruito sulla collaborazione tra i soggetti rappresentati.

Non è un dettaglio secondario.

Una comunicazione veramente etica non si limita a parlare correttamente dell’altro: cerca di non sottrargli la possibilità di raccontare se stesso.

Allo stesso modo, il richiamo di Leone XIV contro l’antisemitismo interpella direttamente il giornalismo. Ogni volta che un’intera comunità viene assimilata alle azioni di alcuni, che la religione viene confusa con il potere politico o che una differenza culturale diventa un’etichetta denigratoria, l’informazione smette di favorire la conoscenza e comincia ad alimentare la contrapposizione.

Il tema riguarda anche la comunicazione ecclesiale, chiamata a evitare sia l’ingenuità di un irenismo superficiale sia la tentazione di costruire consenso mediante la rappresentazione minacciosa dell’altro.

In questo senso, il dialogo interreligioso diventa anche un esercizio di purificazione del linguaggio.

Una Chiesa che non teme l’altro non rinuncia a Cristo

Resta la questione decisiva, quella che impedisce di ridurre tutto a una pur meritoria operazione culturale.

Perché la Chiesa dovrebbe impegnarsi tanto nella conoscenza e nel rispetto delle altre religioni? Non rischia, così facendo, di attenuare la propria missione evangelizzatrice?

La risposta si trova nella natura stessa della testimonianza cristiana.

La Chiesa non annuncia Cristo imponendo il silenzio agli altri, né manifesta la verità del Vangelo alimentando la paura delle differenze. La sua missione richiede libertà, coscienza, carità e disponibilità all’incontro.

Il dialogo non sostituisce l’annuncio, ma ne custodisce la credibilità. Non è rinuncia alla verità, ma rifiuto di trasformarla in strumento di dominio.

La stessa vicenda evangelica mostra un Gesù capace di incontrare persone appartenenti a mondi religiosi e culturali differenti, di riconoscere la fede dove meno ci si sarebbe aspettati di trovarla e di oltrepassare confini sociali consolidati.

Il cristiano rimane pienamente cristiano proprio quando riconosce nell’altro una persona da amare, e non un’identità da temere.

Sarebbe paradossale che una Chiesa fondata sul comandamento dell’amore considerasse la diffidenza una forma di fedeltà dottrinale.

E sarebbe altrettanto paradossale che la difesa della propria identità diventasse un alibi per rinunciare a quella fraternità che il Vangelo domanda di esercitare concretamente.

La carità non cancella la verità. Le impedisce di diventare arrogante.

Il coraggio di costruire ponti mentre il mondo alza muri

Guardate insieme, le due giornate del 21 e 22 ottobre offrono dunque qualcosa di più di una successione di notizie ecclesiastiche.

Da una parte, Leone XIV ricorda che l’antisemitismo è incompatibile con la coscienza cristiana e che le divergenze non possono degenerare in ostilità. Dall’altra, Zuppi sostiene uno strumento educativo che intende sottrarre la conoscenza dell’islam alla superficialità e alle caricature.

Il Pontefice richiama un principio non negoziabile; l’iniziativa promossa dalla CEI e dal PISAI suggerisce un metodo per tradurlo nella vita quotidiana.

L’uno indica la responsabilità morale, l’altra propone un percorso pedagogico.

In entrambi i casi emerge un’immagine della Chiesa che non cerca di governare le differenze dall’alto, ma di abitarle attraverso il riconoscimento reciproco.

E qui si coglie forse la dimensione più profetica di queste giornate.

Mentre la politica internazionale continua troppo spesso a interpretare il mondo attraverso blocchi contrapposti, appartenenze inconciliabili e identità da difendere contro qualcuno, la Chiesa insiste sulla possibilità di una relazione che non cancelli la diversità.

Non pretende che ebrei, cristiani e musulmani arrivino alle stesse conclusioni teologiche. Chiede qualcosa di più immediatamente esigente: che nessuno trasformi il nome di Dio in un’autorizzazione all’odio e che tutti riconoscano la responsabilità di costruire una convivenza giusta.

È una prospettiva che richiede coraggio, perché dialogare significa anche accettare di essere interrogati, di correggere rappresentazioni inesatte, di riconoscere responsabilità storiche e di sottrarsi alla comodità delle semplificazioni.

Ma proprio qui si riconosce la forza di un’istituzione che, quando è fedele alla propria vocazione universale, non ha bisogno di fabbricare nemici per affermare la propria identità.

Nel mondo delle guerre combattute anche attraverso le parole, Leone XIV e Zuppi, su piani istituzionali differenti, ricordano che la pace non comincia soltanto quando tacciono le armi.

Comincia quando una coscienza smette di considerare l’altro una minaccia, quando una scuola insegna a distinguere anziché a diffidare, quando una comunità religiosa riconosce la dignità di chi prega diversamente.

La grande sfida del dialogo interreligioso non è convincere tutti a credere nello stesso modo. È impedire che, credendo in modo diverso, gli uomini dimentichino di appartenere alla stessa umanità.

E in questa sfida, la Chiesa non si allontana dal Vangelo. Ne rende visibile una delle esigenze più radicali.

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