Le nuove accuse della commissione parlamentare riportano al centro la morte del responsabile della comunicazione di MPS. La banca ha attraversato salvataggi pubblici e ristrutturazioni, tornando protagonista della finanza italiana. Per la famiglia di Rossi, invece, tredici anni non sono bastati a ottenere una verità giudiziaria.

Una banca può ricostituire il capitale, vendere i crediti deteriorati, cambiare amministratori. Può persino tornare a comprare altre banche dopo avere rischiato di essere travolta dai propri acquisti. Per ricostruire l’ultima sera di un uomo, invece, i mezzi sembrano sempre insufficienti. Il Monte dei Paschi di Siena ha rimesso in movimento la propria storia. Quella di David Rossi continua a fermarsi davanti a una finestra di Rocca Salimbeni.

Il 6 marzo 2013 il responsabile della comunicazione dell’istituto precipitò dal suo ufficio nel vicolo sottostante. Aveva cinquantun anni. Le indagini furono archiviate due volte sulla base della ricostruzione del suicidio, contestata dai familiari. Oggi la seconda commissione parlamentare d’inchiesta sostiene la tesi di un’aggressione culminata nella caduta. La distanza fra queste due spiegazioni misura anche il peso degli anni trascorsi.

L’ultimo sviluppo è del 19 ottobre. Il presidente della commissione, Gianluca Vinci, ha indicato l’ex presidente di MPS Giuseppe Mussari come presunto mandante di un’intimidazione che, secondo la ricostruzione presentata, non avrebbe dovuto provocare la morte di Rossi. Gabriele Ceccherelli, già protagonista del Calcio storico fiorentino, avrebbe organizzato l’intervento. Si tratta di accuse fondate anche su dichiarazioni raccolte da detenuti, da sottoporre al vaglio della magistratura. Entrambi respingono ogni addebito; Mussari ha annunciato querele. Vinci ha precisato che i due non risultavano indagati. Anche i familiari di Rossi, pur riconoscendo il lavoro della commissione, hanno chiesto di evitare conclusioni anticipate.

È un passaggio decisivo: le nuove accuse devono essere investigate con tutto il rigore che la loro gravità impone. Una commissione può individuare contraddizioni, acquisire testimonianze, riaprire domande; l’accertamento delle responsabilità penali richiede prove verificate nel contraddittorio. Proprio chi vuole giustizia per Rossi ha interesse a una ricostruzione capace di reggere in tribunale.

Le novità non riguardano soltanto le testimonianze. Le simulazioni svolte a settembre per conto della commissione hanno portato i consulenti a descrivere una possibile aggressione da parte di più persone: Rossi sarebbe stato portato all’esterno della finestra e trattenuto prima di precipitare. Alcune lesioni vengono interpretate come conseguenza di percosse e manovre di costrizione, incompatibili con il solo impatto al suolo. È la ricostruzione tecnica che sostiene la nuova pista.

Il 12 ottobre è arrivata inoltre la relazione del RIS sui filmati del vicolo. Le variazioni di luce osservate nelle immagini risultano compatibili con persone presenti in una zona non direttamente ripresa dalla telecamera. Vinci ne ricava l’ipotesi che qualcuno impedisse l’arrivo dei soccorsi. Ma rilevare una presenza e dimostrarne il ruolo sono passaggi distinti: quelle ombre chiedono nomi, riscontri, spiegazioni. La procura di Siena aveva già aperto un nuovo fascicolo nel marzo scorso. 

Per comprendere il clima nel quale Rossi morì bisogna tornare alla banca del 2013. Il Monte dei Paschi attraversava una crisi nella quale perdite economiche, indagini e crollo della reputazione si alimentavano reciprocamente. A Siena, inoltre, il destino dell’istituto coinvolgeva molto più degli azionisti: lavoro, risparmio, prestigio cittadino, attività sostenute dalla Fondazione. Era in discussione un intero equilibrio locale.

Una delle origini della fragilità era l’acquisizione di Antonveneta, annunciata nel novembre 2007 per nove miliardi di euro, da pagare in contanti. Un’espansione molto onerosa alla vigilia della crisi finanziaria mondiale. La banca affrontò così la tempesta con risorse già impegnate in un’operazione enorme. Negli anni successivi si aggiunsero la recessione, le difficoltà dei debitori e le tensioni sui titoli di Stato italiani. 

Poi arrivarono al centro dell’attenzione operazioni finanziarie dai nomi quasi letterari, Alexandria e Santorini, divenute per il pubblico sinonimo dell’opacità dei conti. Le contestazioni sulla contabilizzazione delle operazioni strutturate alimentarono lo scandalo e i procedimenti giudiziari. Qui la memoria deve conservare anche gli esiti successivi: nel 2023 la Cassazione rese definitive le assoluzioni di Mussari, dell’ex direttore generale Antonio Vigni e degli altri imputati in quel processo. La crisi economica della banca e le responsabilità penali contestate ai suoi dirigenti non possono essere raccontate come se fossero la stessa cosa. 

Rossi si trovava nel punto in cui questa crisi diventava racconto pubblico. Doveva gestire comunicazioni, rapporti con i giornalisti, richieste di chiarimento. Il suo ufficio e la sua abitazione erano stati perquisiti poche settimane prima della morte, benché non fosse indagato. Questo spiega la pressione di quei giorni; non dimostra, da solo, né il suicidio né il movente di un’aggressione. Sapere che un uomo lavorava dentro una crisi non significa sapere perché sia morto. 

E la banca, come ha superato quella stagione?

Il risanamento è stato lungo e costoso. Il passaggio fondamentale fu l’intervento pubblico del 2017: circa 5,4 miliardi di euro dello Stato nell’operazione che portò il Tesoro al controllo dell’istituto. Nel 2022 arrivò un altro aumento di capitale da 2,5 miliardi. La sopravvivenza di MPS si appoggiò dunque anche ai contribuenti, dopo anni di perdite sopportate dagli investitori. 

Il capitale, però, doveva accompagnarsi a un cambiamento della banca: cessione dei prestiti difficili da recuperare, riduzione dei costi, riorganizzazione della rete e del personale. Il rialzo dei tassi ha poi favorito i ricavi da interessi, contribuendo al recupero della redditività. È una distinzione importante: parte del miglioramento nasce dalle decisioni aziendali, parte da condizioni esterne più favorevoli. Il ritorno agli utili e alla distribuzione del dividendo ha segnato l’uscita dalla fase più acuta dell’emergenza. 

Con Luigi Lovaglio alla guida dal 2022, MPS ha accelerato la ristrutturazione. Nel 2024 ha ripreso a remunerare gli azionisti dopo tredici anni; nel 2025 ha acquisito il controllo di Mediobanca. Una trasformazione notevole per un istituto che pochi anni prima cercava una soluzione alla propria sopravvivenza.

Questo successo economico non chiude la vicenda di David Rossi. E la sua morte non autorizza a trasformare ogni operazione della banca in un indizio criminale. Le due storie si incontrano in un luogo e in un tempo precisi; il compito delle indagini è stabilire se esista anche un legame causale, quale sia e chi eventualmente ne risponda.

Rimane una sproporzione che inquieta. Per salvare un’istituzione finanziaria si sono trovati capitali, strumenti straordinari, competenze, accordi. Per dare una risposta definitiva alla famiglia di un uomo si continua a chiedere tempo. Quel tempo può essere necessario alla giustizia; diventa intollerabile quando serve soltanto a consumare le domande.

Il nome di David Rossi merita di uscire dalla categoria dei misteri italiani. Merita accertamenti che permettano finalmente di raccontare che cosa accadde, senza dover colmare con il sospetto ciò che ancora manca alle prove. Una banca vive della fiducia che riesce a ottenere. Anche la giustizia.