Distributori senza carburante, merci che non arrivano e traghetti a rischio. Mentre il Comitato trasportatori siciliani revoca il fermo, in Campania la protesta continua. La crisi mostra quanto siano legate la sostenibilità del lavoro e la sicurezza degli approvvigionamenti.

Il mare non si è mosso, le isole sono ancora al loro posto. Eppure Capri, Ischia e Procida rischiano di diventare più lontane. Basta che manchi il carburante ai traghetti perché una distanza geografica si trasformi in una barriera quotidiana: andare al lavoro, raggiungere una visita medica, ricevere una consegna possono diventare problemi senza soluzione immediata.

È questo il significato più concreto dell’allarme arrivato da Caremar mentre Napoli fa i conti con gli effetti della protesta degli autotrasportatori. Nel resoconto di Tiziana Cozzi per Repubblica, aggiornato alla sera del 20 ottobre, la compagnia segnala difficoltà di approvvigionamento, l’utilizzo delle riserve disponibili e il rischio di disservizi dal giorno successivo. L’eventuale interruzione dei collegamenti viene prospettata come conseguenza del protrarsi della crisi, non come una sospensione già avvenuta.

Intanto, sulla terraferma, la scarsità si fa visibile nelle code ai distributori e negli scaffali dei supermercati. La vita ordinaria, che sembra procedere da sola, rivela improvvisamente la propria dipendenza da una successione di lavori: qualcuno carica, qualcuno guida, qualcuno scarica, qualcuno rifornisce. Quando uno di questi passaggi si ferma, il disagio si propaga molto più lontano del luogo della protesta.

Ci ricordiamo della logistica soprattutto quando smette di funzionare. Prima è un camion che rallenta il traffico, una consegna da pretendere puntuale, un costo da comprimere. Dopo diventa il sistema indispensabile che tiene insieme la città.

Gli autotrasportatori protestano contro il caro gasolio e chiedono interventi che consentano alle imprese di continuare a lavorare. La questione non può essere ridotta a un capriccio di categoria: se i ricavi non coprono adeguatamente i costi, continuare a viaggiare può significare consumare le risorse dell’azienda. Ma neppure la gravità delle rivendicazioni rende indifferenti gli effetti dei blocchi su chi non ha alcun potere di risolverle.

Il lavoratore in coda per fare benzina e l’autista fermo per il costo del carburante possono essere due persone colpite dalla stessa crisi. Metterli uno contro l’altro è il modo più rapido per nascondere il problema e lasciare che siano i più esposti a contendersi ciò che manca.

Il 20 ottobre il confronto con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha prodotto un’apertura. Il Comitato trasportatori siciliani ha annunciato la revoca del fermo, mantenendo lo stato di agitazione e chiedendo il rispetto degli impegni. In Campania, invece, il rappresentante Vincenzo Parisi ha indicato la prosecuzione dei blocchi almeno fino al tavolo del 27 ottobre. Non siamo dunque davanti a una ripartenza uniforme, né la decisione del Cts può essere automaticamente attribuita a tutte le sigle.

Il viceministro Edoardo Rixi ha annunciato l’avvio dell’erogazione di circa 480 milioni per le domande già presentate e ulteriori interventi, alcuni con effetti fiscali nel 2027. Il coordinatore del Cts, Salvatore Bella, ha legato la ripresa al controllo delle scadenze e all’avvio del confronto dedicato al Mezzogiorno.

È qui che la politica deve dimostrare la propria credibilità. Fra una risorsa annunciata e una risorsa utilizzabile da un’impresa può esserci una distanza decisiva. Un’autocisterna non si rifornisce con il titolo di un comunicato. Le aziende hanno bisogno di sapere quando un credito diventerà disponibile, quali condizioni dovranno rispettare e quali costi resteranno a loro carico.

Anche il calendario assume un significato diverso a seconda di chi lo guarda. Per un’amministrazione, una settimana può essere il tempo necessario a preparare un incontro. Per una compagnia che consuma le proprie riserve, per un’attività in attesa di merce o per una famiglia che deve spostarsi, sette giorni possono essere un intervallo insostenibile.

Questo non significa pretendere che una trattativa complessa si risolva con una telefonata. Significa affiancarle subito una gestione dell’emergenza: individuare le forniture essenziali, concordare i passaggi necessari, informare con chiarezza cittadini e operatori. La negoziazione deve continuare mentre si impedisce che la crisi si allarghi.

Gli episodi riferiti a Napoli, con tentativi di fermare camionisti che non aderivano alla protesta e l’intervento della polizia, mostrano un altro limite da custodire. La forza di una rivendicazione non può dipendere dalla costrizione esercitata su un collega. Il diritto di protestare e la libertà di continuare a lavorare devono poter convivere, anche quando il conflitto è aspro.

La decisione del Cts di sospendere il fermo indica una possibilità politica: ottenere impegni, consentire la ripresa delle attività e mantenere la pressione perché le promesse siano rispettate. Ora spetta al governo rendere quella scelta giustificabile davanti a chi ha accettato di tornare al lavoro.

Per il Mezzogiorno, la vicenda contiene una lezione più ampia. La distanza dai mercati, i collegamenti marittimi e i costi di attraversamento incidono sulla possibilità stessa di competere. Per chi vive su un’isola, il trasporto non è soltanto una componente del prezzo finale: è una condizione di accesso al lavoro, ai servizi, alle opportunità.

La continuità dei collegamenti va quindi trattata come una responsabilità pubblica. Il problema non si esaurisce nel numero delle corse previste: bisogna che quelle corse possano partire, che le merci arrivino, che un’interruzione non lasci intere comunità senza alternative.

Da una prospettiva di bene comune, il punto è tenere insieme la dignità di chi lavora e i bisogni di chi dipende da quel lavoro. Non c’è una soluzione durevole se il trasportatore è costretto a operare in perdita; non c’è una protesta sostenibile se il conto viene trasferito indefinitamente a famiglie, malati, commercianti e pendolari.

Napoli, in queste ore, vede materializzarsi una fragilità spesso nascosta dalla normalità. Il carburante che manca ricorda quanto dipendiamo gli uni dagli altri, anche quando ci incontriamo soltanto in una coda e ci consideriamo un ostacolo.

La politica dovrebbe partire da questa interdipendenza. Far ripartire i camion è l’urgenza. Costruire condizioni perché non debbano fermarsi di nuovo per essere ascoltati è il lavoro che comincia dopo.