Il voto del 27 ottobre mette alla prova il premier e un’opposizione guidata dall’ascesa di Gadi Eisenkot. Fra sicurezza, giustizia e privilegi religiosi, il risultato dipenderà dalle coalizioni. Washington guarda anche alle proprie urne.
Donald Trump offre a Benjamin Netanyahu un’investitura; JD Vance preferisce occuparsi delle elezioni americane. Fra l’entusiasmo del presidente e la cautela del vicepresidente si apre uno spazio che racconta molto della campagna israeliana: l’alleanza fra Stati Uniti e Israele resta centrale, ma l’identificazione con il suo primo ministro comincia ad avere costi politici differenti. Il 27 ottobre gli israeliani sceglieranno i loro rappresentanti. Dovranno anche decidere quanto ancora affidarsi a un leader che presenta la propria permanenza al potere come una condizione della sicurezza nazionale.
Nelle campagne elettorali esiste una diplomazia degli abbracci e una delle mani tenute in tasca. Trump abbraccia Netanyahu. Vance conserva le distanze, almeno quanto basta per ricordare che il suo prossimo appuntamento elettorale è negli Stati Uniti. Nessuna rottura dichiarata, nessuna sfida aperta al presidente. Soltanto una differenza di esposizione, che in politica può essere eloquente quanto un dissenso.
Il 18 ottobre Trump ha sostenuto la rielezione del premier israeliano, esaltandone la leadership e la collaborazione contro l’Iran. Il giorno successivo Vance, intervistato da Mark Halperin, ha evitato di concedere un proprio endorsement, spiegando di concentrarsi sulle elezioni americane di metà mandato. Questi sono i fatti. Leggervi una prudenza verso le conseguenze interne dell’appoggio a Netanyahu è ragionevole; attribuire al vicepresidente una strategia segreta o un’ostilità ormai compiuta sarebbe andare oltre le sue parole.
La differenza resta significativa. Trump continua a interpretare le relazioni internazionali attraverso il rapporto personale fra capi. Vance sembra voler conservare un margine: sostenere l’alleato israeliano senza impegnare automaticamente il proprio capitale politico nella sopravvivenza del suo governo. Per chi deve affrontare le midterm del 3 novembre, il confine fra solidarietà internazionale e coinvolgimento in conflitti senza termine può diventare elettoralmente sensibile.
Netanyahu, invece, ha interesse a mostrare che la porta della Casa Bianca si apre soprattutto per lui. L’endorsement serve a trasformare una relazione personale in un argomento di governo: scegliere un altro premier significhicherebbe, implicitamente, rinunciare a una risorsa strategica. È un ragionamento efficace, ma contiene una pretesa discutibile. Le alleanze fra democrazie dovrebbero sopravvivere ai loro dirigenti; quando sembrano dipendere dalla rielezione di un singolo uomo, diventano anche strumenti di pressione sugli elettori.
Il voto israeliano del 27 ottobre sarà comunque deciso da un’aritmetica più intricata di qualsiasi investitura americana. Si eleggono le liste della Knesset, composta da 120 deputati; per una maggioranza ne servono 61, mentre la soglia di accesso è del 3,25%. Il premier emerge dalla costruzione di una coalizione. Arrivare primi offre forza negoziale, ma non garantisce il governo.
Un sondaggio Walla pubblicato il 20 ottobre, ripreso dal Times of Israel, attribuisce 23 seggi a Yashar di Gadi Eisenkot e 19 al Likud di Netanyahu. Seguono l’alleanza Bennett-Lapid con 14 e i Democratici con 9. Il campo sionista contrario a Netanyahu arriverebbe a 54 seggi, eventualmente 58 con i quattro dei Riservisti; quello favorevole al premier si fermerebbe a 48. Le due liste arabe ne raccoglierebbero complessivamente 14. È una singola rilevazione, non una previsione certa: descrive soprattutto la difficoltà di trasformare il malcontento in una maggioranza.
Su questo terreno si muovono i protagonisti. Netanyahu e il Likud offrono continuità, esperienza e fermezza militare. La loro debolezza è il conto che quella continuità porta con sé: chi ha governato a lungo deve spiegare anche i fallimenti, non soltanto rivendicare i successi. Il 7 ottobre resta una domanda politica che il linguaggio della sicurezza non riesce a cancellare. L’elettore può riconoscere la necessità di difendersi e, nello stesso tempo, pretendere di sapere come sia stato possibile non essere difesi.
Gadi Eisenkot, già capo di stato maggiore, è il principale concorrente emerso in questa fase. La sua lista Yashar, che richiama l’idea di rettitudine, propone un riassetto istituzionale con una Costituzione, contrappesi fra i poteri e una magistratura indipendente. Sul servizio nazionale vuole estendere la partecipazione, attraverso percorsi militari e civili. L’obiettivo dichiarato è ricostruire un rapporto più equilibrato fra cittadini e Stato.
Eisenkot ha inoltre assunto l’impegno di istituire una commissione statale d’inchiesta sul 7 ottobre. Qui l’alternativa a Netanyahu acquista un contenuto concreto: rendere possibile un accertamento delle responsabilità che non dipenda dalle convenienze dell’esecutivo. Il suo profilo resta però quello di un uomo della sicurezza. Presentarlo come il candidato di una svolta pacifista deformerebbe la natura della competizione.
Naftali Bennett e Yair Lapid corrono insieme con Beyachad, “Insieme”. L’unione accosta la destra di Bennett al centro di Lapid e cerca di offrire un’alternativa capace di governare. Fra gli impegni figurano un servizio nazionale più esteso e un’inchiesta sul 7 ottobre. La loro forza è l’esperienza; il limite è dover convincere gli elettori che l’intesa produca una direzione comune, oltre all’opposizione al premier.
È importante capire quanto questo campo sia eterogeneo. Sull’Iran e sul rifiuto di uno Stato palestinese, le posizioni di Netanyahu, Eisenkot e Bennett presentano ampie convergenze. L’alternanza potrebbe modificare il rapporto con le istituzioni, gli alleati e gli estremisti della coalizione; non comporterebbe automaticamente un cambiamento radicale della politica regionale.
Una proposta più riconoscibilmente progressista viene dai Democratici di Yair Golan, nati dall’unione di Labour e Meretz. Difesa dello Stato di diritto, libertà dei media, investimenti nelle aree socialmente svantaggiate e pluralismo religioso caratterizzano il loro orientamento. Il loro problema è ottenere peso sufficiente perché questi temi restino nell’agenda di un eventuale governo, anche durante una nuova emergenza di sicurezza.
Nel fronte contrario a Netanyahu c’è poi Avigdor Lieberman con Yisrael Beiteinu: una destra laica, particolarmente sensibile al peso dei partiti religiosi e radicata anche nell’elettorato proveniente dall’ex Unione Sovietica. Il suo sistema di esclusioni — contro Netanyahu, ma anche contro i partiti ultraortodossi e le liste arabe — rende più difficile la composizione di una maggioranza. È una delle contraddizioni centrali del voto: si può essere abbastanza numerosi per ostacolare un governo senza essere abbastanza compatibili per formarne un altro.
Alla destra del Likud, Itamar Ben-Gvir e Otzma Yehudit, insieme a Bezalel Smotrich e al Sionismo religioso, rappresentano la spinta più radicale: controllo territoriale, espansione degli insediamenti e opposizione a una soluzione politica fondata sulla sovranità palestinese. La loro influenza dipende dalla necessità che Netanyahu ha dei loro seggi. È il meccanismo attraverso cui una componente minoritaria può imporre scelte decisive all’intero governo.
Shas, guidato da Aryeh Deri, e Giudaismo unito della Torah presidiano invece gli interessi delle comunità ultraortodosse. La questione del servizio militare è dirimente: entrambi hanno condizionato la partecipazione a un nuovo governo Netanyahu alla tutela legislativa delle esenzioni. Il confronto tocca una domanda elementare per le famiglie dei riservisti: come distribuire gli obblighi comuni e chi possa esserne dispensato.
Infine, i cittadini arabi israeliani. Ra’am di Mansour Abbas privilegia un approccio pragmatico, rivolto ai bisogni delle comunità e alla possibilità di incidere sulle decisioni pubbliche. La Lista comune, che riunisce Hadash, Ta’al e Balad, insiste sull’uguaglianza civile e nazionale e su una pace con uno Stato palestinese accanto a Israele. Trattarli soltanto come seggi utilizzabili o scomodi cancella la sostanza della loro rappresentanza.
Il nodo delle coalizioni diventa così un esame democratico. Un’opposizione che rivendica istituzioni più inclusive deve spiegare come considera il voto arabo. Un governo che invoca continuamente il sacrificio nazionale deve spiegare come distribuisce gli oneri fra i propri sostenitori. Entrambi devono dire che cosa intendono fare quando la campagna sarà finita e le incompatibilità diventeranno negoziati.
Trump può offrire a Netanyahu una fotografia di potenza. Vance può evitare di entrarvi. Gli israeliani dovranno giudicare qualcosa di più impegnativo: la qualità del futuro che ciascun candidato propone. Sicurezza significa poter vivere, lavorare, dissentire, mandare i figli a scuola e immaginare che l’emergenza abbia un termine. Un governo si misura anche dalla capacità di rendere meno necessario il linguaggio con il quale ha chiesto di essere eletto.
Il vantaggio nei sondaggi non assicura a Eisenkot una maggioranza, e l’appoggio di Trump non garantisce Netanyahu. Il voto deciderà soprattutto chi potrà costruire una coalizione e quali compromessi Israele sarà disposto ad accettare per uscire dallo stallo.
