Le indiscrezioni sui nuovi attacchi, le accuse di Katz all’opposizione e le contorsioni della destra israeliana mostrano un governo che tende a confondere la sicurezza del Paese con la propria permanenza al potere.

Tre giorni di bombardamenti, possibilmente dopo le elezioni americane. Nella formula attribuita ai pianificatori militari statunitensi e israeliani c’è tutta l’illusione di poter amministrare una guerra come un appuntamento: scegliere il momento, concentrare la violenza, contenere le conseguenze. Intanto, in Israele, il ministro della Difesa Israel Katz assegna già all’opposizione la responsabilità di eventuali attentati futuri. All’esterno si prepara la forza; all’interno si prepara il colpevole. È questo intreccio, prima ancora dell’eventuale decollo dei caccia, a meritare un giudizio politico severo.

Tre giorni è una durata rassicurante per chi deve presentare un’operazione militare. Suggerisce precisione, rapidità, controllo. Offre al pubblico l’immagine di una parentesi, mentre una guerra può lasciare aperte ferite che nessun calendario riesce a richiudere. I pianificatori possono stimare il tempo necessario a colpire una struttura. Non possono fissare con altrettanta sicurezza la durata della rappresaglia, della privazione, del lutto.

Il Jerusalem Post, riprendendo un’inchiesta del New York Times, riferisce di piani americani e israeliani per nuovi attacchi all’Iran dopo le elezioni statunitensi del 3 novembre: una campagna breve e intensa, con obiettivi nucleari, energetici e militari. Nel resoconto, tuttavia, Trump non ha ancora autorizzato l’operazione e il negoziato prosegue. Si parla dunque di preparativi e opzioni, non di una decisione già presa. 

La distinzione serve a comprendere la notizia. Non attenua la domanda che essa solleva: quale idea di sicurezza prende forma quando il ricorso alla forza torna continuamente a occupare l’orizzonte politico?

Un governo ha il dovere di proteggere i cittadini. Proprio per questo deve dimostrare che la propria strategia riduca il pericolo nel tempo. La capacità di distruggere un obiettivo non coincide automaticamente con quella di rendere più sicura una società. Ogni operazione dovrebbe essere giudicata anche da ciò che lascia dopo di sé: quali equilibri, quali incentivi alla rappresaglia, quali possibilità di accordo.

L’aggressività del governo Netanyahu emerge soprattutto nella difficoltà di riconoscere un limite politico alla superiorità militare. La forza tende a presentarsi come risposta rinnovabile a ogni insufficienza della forza precedente. Se il risultato non è definitivo, si prospetta un altro attacco; se la minaccia persiste, si allarga il campo degli obiettivi. Il rischio è una sicurezza che richiede incessantemente nuova guerra per promettere di arrivare.

Il riferimento al calendario elettorale americano rende il quadro ancora più inquietante. È normale che le decisioni strategiche tengano conto degli equilibri politici. È invece doveroso chiedere spiegazioni quando la scansione pubblica diventa: prima del voto no, dopo il voto forse. Se una minaccia consente di aspettare, quello spazio dovrebbe essere impiegato fino in fondo per negoziare. Se è urgente, occorre spiegare perché la data delle urne possa modificarne la gestione.

Anche il racconto del precedente attacco mancato richiede precisione. Il Financial Times, secondo il materiale riportato dal Post, avrebbe descritto un’offensiva israeliana fermata da Trump; fonti militari interpellate dal quotidiano israeliano contestano che vi fossero ordini operativi per il 10 ottobre. Questa contraddizione impedisce di trattare l’episodio come accertato. Rivela però quanto la stessa rappresentazione della disponibilità a colpire sia diventata terreno di contesa politica.

Poi c’è la parola “infrastrutture”. Nei resoconti strategici sembra indicare un insieme di oggetti. Nella vita quotidiana significa elettricità, acqua, cure, conservazione degli alimenti, lavoro. La prospettiva di colpire il sistema energetico iraniano va valutata anche attraverso queste conseguenze. La popolazione non può scomparire dal discorso soltanto perché un bersaglio viene descritto con un termine tecnico.

Questo criterio vale anche per le minacce iraniane contro data center e cavi di comunicazione. Allargare la vulnerabilità delle società moltiplica le persone esposte senza garantire una soluzione del conflitto. È la logica della pressione portata fino al punto in cui la sofferenza collettiva rischia di diventare uno strumento negoziale.

Dentro Israele, intanto, Katz compie un’operazione politica di particolare gravità. Secondo la dichiarazione riportata dal Jerusalem Post, eventuali attacchi futuri dovrebbero essere addebitati ai leader dell’opposizione che hanno contestato gli avvertimenti del governo.

È una forma di attribuzione preventiva della colpa. Prima ancora di conoscere un evento, le responsabilità operative, gli eventuali errori, il ministro indica chi dovrà risponderne. La critica al governo viene così avvicinata all’indebolimento del Paese; il dissenso diventa un sospetto di collaborazione involontaria con il nemico.

La conseguenza democratica è evidente. Se contestare chi governa significa favorire chi minaccia Israele, l’alternanza viene rappresentata come un rischio per la sicurezza nazionale. Il cittadino non è più invitato a valutare risultati e programmi: viene sollecitato a temere le conseguenze del proprio voto.

Le repliche dell’opposizione sono dure, ma contengono a loro volta un limite. Quando Lapid rimprovera all’esecutivo di non avere eliminato tutti i nemici dichiarati, resta almeno in parte dentro la stessa grammatica della promessa assoluta. La domanda decisiva riguarda anche la credibilità di quelle promesse e il progetto politico che dovrebbe sostituire la successione delle campagne militari. Cambiare il comandante non basta a cambiare la destinazione.

Le dichiarazioni di Smotrich sui negoziati del 2021 con Ra’am aggiungono un’altra contraddizione. Secondo il ministro, Netanyahu e Ben-Gvir avrebbero accettato un’intesa che egli rivendica di avere impedito. È la sua ricostruzione. Ma il significato politico della disputa è chiaro: partner descritti come inaccettabili possono diventare trattabili quando servono i numeri. L’intransigenza proclamata al pubblico convive con la flessibilità necessaria a costruire una maggioranza.

Anche gli allarmi sulle interferenze straniere vanno affrontati con serietà, verifiche e controllo istituzionale. Proprio la loro gravità richiede di evitare l’equazione fra la sconfitta di Netanyahu e la vittoria dei nemici di Israele. Un Paese è più grande del suo governo. La sicurezza dei cittadini non può diventare proprietà politica di chi occupa temporaneamente il potere.

È questo il punto sul quale la critica deve restare ferma. Agli israeliani è dovuta una prospettiva che comprenda protezione, libertà di giudizio e possibilità di futuro. Agli iraniani, come a ogni popolazione, è dovuto il riconoscimento della propria umanità anche quando il loro governo è un avversario.

Tre giorni possono bastare per una campagna di bombardamenti. Non bastano a stabilire che cosa quella campagna produrrà. Chi promette di controllarne la durata dovrebbe spiegare anche come intende governarne le conseguenze. E chi si proclama indispensabile alla sicurezza del proprio popolo dovrebbe accettare, anzitutto, di rispondere delle proprie decisioni.


La sicurezza diventa strumento di potere quando ogni nuova offensiva viene presentata come inevitabile e ogni critica come pericolosa. Israele merita una strategia che sappia indicare anche come uscire dalla guerra.