La 92ª brigata d’assalto rivendica la prima evacuazione aerea dal fronte con un velivolo senza equipaggio. Il filmato restituisce alla guerra tecnologica ciò che i bollettini tendono a cancellare: il valore irriducibile di una persona.


Un uomo ferito viene sollevato da terra e portato via da un drone. Nella guerra che ci ha abituati a vedere piccoli velivoli inseguire uomini e mezzi, questa volta il volo ha uno scopo diverso: raggiungere qualcuno che non può mettersi in salvo. Le forze ucraine presentano l’operazione come un primato mondiale. Ma il significato più profondo di quelle immagini precede ogni classifica tecnologica: qualcuno ha deciso che quel soldato non doveva essere abbandonato.

La parola più importante, in questa storia, è evacuazione. Ha il suono impersonale delle procedure militari, eppure contiene un gesto antichissimo: portare via un ferito. Sollevarne il peso, sottrarlo al pericolo, riconoscere che la sua vita continua a impegnare gli altri proprio quando egli non può più difendersi da solo. Prima delle barelle, delle ambulanze e degli elicotteri, ci sono state braccia. Ora, sopra il campo di battaglia ucraino, ci sono anche eliche.

Il filmato diffuso il 19 ottobre dalla 92ª brigata d’assalto viene presentato dalle forze ucraine come la prima evacuazione aerea di un soldato ferito direttamente dal fronte mediante un drone. Il primato resta una rivendicazione dei protagonisti, come precisano le cronache che hanno rilanciato la notizia. Secondo il loro racconto, mine e attività dei droni russi rendevano impraticabile il recupero convenzionale. Un grande velivolo senza equipaggio ha consentito di trasportare il militare fuori dalla posizione in cui si trovava.

È una scena capace di interrompere, almeno per un momento, l’assuefazione. Nei filmati di guerra il corpo umano rischia continuamente di diventare un dettaglio dentro l’immagine: una sagoma individuata, un movimento seguito, un bersaglio raggiunto. Qui torna a essere il centro dell’operazione. Tutto viene organizzato intorno alla sua vulnerabilità.

Sarebbe improprio attribuire compassione alla macchina. La compassione appartiene alle persone che hanno cercato una soluzione, preparato il mezzo, coordinato il recupero. Ma proprio questo restituisce alla tecnologia la sua dimensione morale: dietro un dispositivo ci sono decisioni, priorità, competenze indirizzate verso uno scopo. L’assenza di un pilota a bordo non equivale all’assenza di una responsabilità umana.

Il soccorso, inoltre, precede questo episodio. In Ucraina vengono già utilizzati mezzi terrestri senza equipaggio per recuperare feriti; il passaggio al trasporto aereo apre un’ulteriore possibilità. Rimane però una soluzione rischiosa: l’evacuazione mediante droni volanti viene descritta anche come una risorsa estrema, da considerare quando le altre vie sono precluse. Un’operazione riuscita non basta a trasformarla in una procedura ordinaria. 

Questa precisazione non diminuisce il valore del salvataggio. Gli restituisce la sua gravità. Se per raggiungere un ferito occorre affidarlo a un apparecchio telecomandato, significa che il terreno intorno a lui è diventato tanto pericoloso da impedire l’avvicinamento dei soccorritori. La soluzione ingegnosa racconta anche la condizione estrema che l’ha resa necessaria.

È qui che l’entusiasmo per l’innovazione dovrebbe concedersi una pausa. Siamo prontissimi a celebrare una nuova capacità tecnica; più raramente ci soffermiamo sul bisogno al quale risponde. Un drone che porta via un soldato merita attenzione. La situazione nella quale un uomo ferito non può essere raggiunto ne merita altrettanta.

La guerra produce invenzioni perché impone urgenze terribili. Da questa constatazione non discende alcun merito della guerra. Il fatto che qualcuno sappia escogitare un soccorso dentro una catastrofe testimonia il suo ingegno, la sua dedizione, la sua volontà di salvare. Non rende necessaria la catastrofe. Confondere questi due aspetti significa finire per attribuire alla distruzione il valore di ciò che gli uomini costruiscono per resisterle.

Anche il giornalismo ha una responsabilità davanti a queste immagini. Il richiamo del primato è forte: “il primo”, “mai accaduto”, “svolta storica”. Sono formule che assicurano visibilità e trasformano un episodio in un evento. Ma, esaurita la meraviglia, dovrebbe restare una domanda meno spettacolare: che cosa significa, per un ferito, sapere che qualcuno sta ancora cercando di raggiungerlo?

Non conosciamo i suoi pensieri e non abbiamo il diritto di inventarli. Possiamo però comprendere il significato umano del gesto. Il soccorso comunica che una persona conserva valore anche quando è immobilizzata, dipendente, incapace di contribuire allo sforzo comune. In una realtà organizzata intorno all’efficienza militare, la cura afferma che l’utilità non esaurisce la dignità.

Per uno sguardo cristiano, il richiamo al buon Samaritano nasce proprio da qui. La prossimità comincia quando la sofferenza altrui diventa una responsabilità concreta. Richiede tempo, mezzi, competenza; a volte inventa un percorso dove la strada sembra chiusa. In questo caso assume una forma tecnologica, ma resta riconoscibile nella decisione di farsi carico di qualcuno.

Quella dignità, naturalmente, non cambia con l’uniforme. Il valore che riconosciamo al soldato ucraino salvato ci impegna a riconoscerlo in ogni ferito. È una conseguenza esigente: impedisce che la commozione diventi soltanto appartenenza e che la cura sia celebrata esclusivamente quando riguarda la propria parte.

Il video avrà anche una funzione nella comunicazione militare: mostra capacità, coordinamento, attenzione ai propri uomini. Eppure una persona salvata conserva un valore che nessun uso pubblico dell’immagine può assorbire interamente. Dietro il messaggio rimane una vita, con relazioni e desideri che non appartengono a un bollettino.

Forse dovremmo misurare più spesso il progresso anche così: dalla capacità di raggiungere chi rischia di essere lasciato indietro. In quel volo c’è una risposta limitata, fragile, concreta. Non conclude una guerra. Per l’uomo che viene portato via, però, può riaprire il tempo.


Il primato rivendicato dall’Ucraina riguarda il mezzo. Il significato universale del salvataggio riguarda il fine: usare competenza e tecnologia perché una persona ferita possa avere ancora un futuro.